Recensione: “Il marito di Lolò”

lolò
foto Fabio Arnese

Pietro Micci è capace di prendere la Poetica di Aristotele, e di farne cosa viva sul palcoscenico. Empatia e catarsi sono  le sue compagne di viaggio, all’interno del monologo. Questo piccolo uomo, questa scheggia ostinata di umanità che continua ad entrare nel cuore della platea, è in grado di fare la differenza. Ha  la forza di una dignitosissima mediocritas: quella dell’everyman, dell’uomo qualunque, che passa inosservato ai più. Ma basta avvicinarsi, per scoprire e cartografare il suo incredibile mondo interiore. Il marito di Lolò, pornostar che ingigantisce i suoi seni  (facendone quasi una sorta di respingente per quell’umanità fissa alla freudiana fase orale, e capace solo di torcerle, sadicamente, i capezzoli), ha parole semplici, immediate, quelle che più facilmente riescono a farsi largo nella carne della platea. Il personaggio così lontano, eppure così vicino, ben si presta al gioco del tu es fabula da parte dello spettatore, che immagina chiunque, altro da sé, per ritrovare la verità di questa figura. La solitudine, e qui va espresso un plauso al drammaturgo Antoine Jaccoud, non è più quella titanica dell’eroe tragico, che combatte l’irresistibile meccanismo pavloviano della hybris e della dike, ovvero desiderio di passare i confini dati, e conseguente vendetta divina; bensì quella dell’uomo normale, svelata in tutta la sua trasparenza. La quotidianità  allunga il tempo come il filo di una lama, e il personaggio non può fare altro che rompere la quarta parete da subito, per cercare l’abbraccio dello sguardo e dell’attenzione della platea.

Solo, a giocare con la mente e i suoi tarli, a mostrare l’esistenza anche nei suoi aspetti più scomodi, normalmente nascosti  alle delicate pupille della borghesia, e del suo fascino discreto. Questo personaggio riunisce in sé l’Ulisse di Joyce,  l’immediatezza carnale di un personaggio testoriano, il naturalismo impietoso di uno Zola, e la dignitosissima sconfitta esistenziale di un borghese piccolo piccolo; talmente piccolo, che il suo spazio vitale coincide esattamente con quello che riesce a colonizzare il suo corpo. Trova in Lolò un possibile riscatto, una  versione “di pancia”, umanissima, della dialettica servo-padrone hegeliana, in cui la coscienza cerca sempre uno specchio negli occhi di un’altra, o meglio, in questo caso,  nei suoi seni. I suoi fonemi , piacevolmente rustici, scrocchiano come una forma di pane appena sfornato, portando con sé gli umori ventrali, la verità di un pensiero che non ha tempo per deteriorarsi, o essere equivocato. Il suo flusso di coscienza restituisce i fotogrammi di una vita interiore, insieme, semplice e maledettamente complessa. Il modo di muoversi, la prossenica, il suo gesticolare hanno qualcosa di simile al Grundgeste, al gesto sociale brechtiano. Sono straniati, versione proletaria del Pensatore di Rodin;  escono dall’automatismo per trovarsi come mistero, stranezza, e poi sciogliersi dialetticamente, nell’esprimere tutta la forza degli interrogativi esistenziali del protagonista che, invece,  non si sciolgono, al pari di un nodo gordiano. Basta un movimento coreutico, leggero, di una mano, per costruire un gesto poetico: poesia dinamica di un corpo che vorrebbe un paio d’ali, per volare sopra qualunque mediocrità.

La sua dedizione per Lolò, persino la sua solitaria attività onanistica, gli donano qualcosa di struggente, terribilmente vero, che giace nel profondo di ogni anima:  un soffocato Urlo di Munch, sospeso in un fonema che ha l’odore salmastro di una lacrima. Ha anche un irresistibile sapore felliniano, nella suo entusiasmo per questa donna cannone, con i seni da Saraghina, da tabaccaia di Amarcord, da donna con forme aumentate fino al parossismo. Mentre i tagli di luce, dalle finestre, esprimono la nostalgia di un deus ex machina,  che non si carrucolerà dall’alto per sciogliere i nodi. Come nel saggio pirandelliano Il sentimento del contrario, con l’anestesia al cuore e da una certa distanza, si sarebbe potuto ridere di una vicenda del genere; ma, in una drammaturgia che zoomma, decisamente,  sui dettagli di questo interno piccolo borghese, quel rovesciamento, quel contrario, potenziale elemento umoristico, diventa l’empatica constatazione che l’attore ci è più vicino della nostra stessa giugulare. Mai, come in questo spettacolo, si riesce, idealmente, a sciogliere l’apparente contraddizione dell’immediata indeterminatezza di un essere  umano, funambolo in equilibrio precario tra il bassoventre e la più alta poesia. Gli applausi generosi, nel finale,  sono tutti meritati.

Danilo Caravà

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