Recensione: “Le sedie”

le sedie
Foto Luigi De Palma

Cioran, che condivideva con Ionesco la nascita in Romania, e il desiderio di far dinamitare il mondo, affermava che la scrittura è un atto con cui si decide di scavare con un coltello in una ferita esistenziale, di allargarla; riteneva che scrivere fosse, in un ultima istanza, un atto di sabotaggio in grado di farsi pericolo. E tutto questo è vero, quanto la più certa realtà dei sensi, per questo spettacolo in cui una catasta di sedie potrebbe, da un momento all’altro, terremotare.

La tragedia si è chiusa all’interno di una stanza, e, orfana dei suoi dèi, trova la parola come ultima resistenza matta e disperatissima, all’incedere dell’assurdo dell’esistenza. Le parole hanno preso il posto del cogito cartesiano; sono scogli a cui aggrapparsi, riti verbali che girano in tondo, ma se le sbucci, se le osservi più da vicino, come l’anziana vestita da giovane di Pirandello, ti accorgi dell’orrore che trattengono a stento. Il primo invitato alla conferenza del protagonista potrebbe essere Adorno, poi Nietzsche, e, a seguire, Sisifo, pronto a sostituire il suono della sua pietra con quello dei fonemi. In scena ci sono due disperatissimi clown bianchi, con il trucco che si scioglie, ma il sorriso che rimane e che insiste a mostrarsi. Si ride per trovare l’ultimo definitivo sfottò ad un destino cinico e beffardo, si ride tenendo idealmente in tasca la massima di Marc’Aurelio, “la morte sorride a tutti e uno non può che sorridere di rimando”. E poi ci sono le sedie, la definitiva presenza scenica, l’assottigliamento della coscienza fino alla cosalizzazione. Essere senza il fastidio di esserci, è questo il segreto di questo oggetto ioneschiano, ultima ribellione ad ogni impossibile metafisica. Il coro diventa una serie di sedie, e, al posto dei ditirambi di Dioniso, rimane il chiacchiericcio, ricostruito dai due protagonisti: la porzione residuale, il sottoprodotto della comunicazione, la parte scatologica del parlare, ben condensata da Jarry.

Il regista Valerio Binasco taglia meravigliosamente la gola al “già rappresentato”, e lascia i due protagonisti al loro bianco esistenziale. Disegna un Glasgow smile sui due personaggi, lasciando che dal sorriso escano le intenzioni devianti, il dolore che, ridendo, riesce a esprimersi. D’altra parte, tra la smorfia del sorriso e l’urlo di Munch, il passo è breve, e questo il regista lo sa bene. Anche quando sottolinea la dimensione metateatrale di questo spettacolo, e fa soffiare agli interpreti, in direzione della platea, tutta l’urgenza di una coscienza che sbatte la testa contro il muro di un’esistenza; l’esigenza dell’essere percepiti, per sentirsi ancora veri, per esorcizzare quell’horror vacui che sta lì, subito dopo il proscenio, pronto a dare il capogiro anche all’essere più scafato. Federica Fracassi è una bambola di ceramica, vestita di assurdo, una Cyndi Lauper espressionista che vuole trovare a ogni costo il suo fun, una Clitemnestra ubriaca del fascino discreto della borghesia, che predilige un boa al sangue del suo attempato Agamennone. Ai tacchi della tragedia preferisce le ciabatte della musa della commedia, Talia. Ma, al momento giusto, tira fuori dal suo ventre certe parole che sono gioco, set, partita nell’eterna battaglia contro le divinità.

Michele Di Mauro trova il suo fanciullino pascoliano nella sordina della sua laringe, scova un’irresistibile tenerezza che è lì, impastata con un voce che gracchia un vecchio disco della Deutsche Grammophon, uno di quelli in grado di farti commuovere. Sembra sceso dalla luna dei poeti, e guarda il mondo come un bimbo guarderebbe il gioco della luce rifratta dai cristalli di un lampadario. Ha, insieme alla sua compagna, dei titanici momenti di sospensione, dove persino il tempo sembra fermarsi, per ascoltare il suono dei silenzi di questi due esseri. C’è Pierrot e la sua lacrima fermata per sempre sulla lacrima, c’è il tentativo furtivo, quando il destino volta per un attimo le spalle, di raccontare ciò che non si può raccontare, quel qualcosa che è dentro, ma nella mente non c’è, come nella famosa canzone di Battisti. Le sedie sono le spettatrici del tentativo estremo di avvicinare due esseri a ciò che si definisce anima. Si assiste a un’elegia vestita di commedia, in un interno borghese in cui i muri trasudano tutta l’umidità prosaica della vita. E se questi borghesi sono piccoli piccoli, fanno ancora più tenerezza, e la loro tragedia, tra un lazzo e l’altro, moltiplica il suo effetto deflagrante, attraverso la dinamite della risata.

Una risata vi seppellirà, diceva Bakunin, ma avrebbe dovuto rovesciare il suo ragionamento, ed affermare che una risata disseppellirà tutti i non detti, gli inconsci, ciò che non si riesce a essere. Un marito e una moglie si mangiano le ultime briciole di vita e si inventano, con l’immaginazione, anche quelle che non ci sono. Ionesco è davvero terribilmente affilato in questa pièce, e tagliarsi è una attimo. Anche se quel taglio è necessario, è un modo efficace per sentirsi vivi. Non c’è alcun sconto, alcuna soluzione di comodo, solo la testimonianza di un gruppo di sedie che parlano tutte le parole che sono rimaste non dette. E’ fatale che in questo spettacolo, come non mai, i ripetuti applausi siano definitivamente catartici.

Danilo Caravà

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