Blanche è qualcosa di più di un semplice personaggio drammaturgico, e questo spettacolo riesce a ricordarlo bene, restituendo alla platea la reminiscenza del teatro in purezza, distillato icore di Dioniso, sangue del dio pagano versato in catarsi del pubblico. Blanche è, senz’altro, l’albatros della poesia di Baudelaire: catturato dal prosaico e brutale mondo del cognato Kowalski, “ripiega sui fianchi le ali bianche, come rami pietosamente inerti”. Questo tram ci porta alla fermata pensata da Tennessee Williams, quella della poesia, della magia, portate avanti con la pervicacia e la costanza di Antigone. Il realismo è fatto di metallo e cemento, indigesti per l’autore, che rivendica spazi di libertà aventi tutte le sembianze di un canto d’amore per l’arte, un ricamo gentile e arabescato delle lacerazioni della vita bruta, impietosa quanto le viscere del bue macellato di Rembrandt.
La felice intuizione del regista, Luigi Siracusa, è quella di creare una gabbia per questo albatros, fatta di persiane che permettono alla luce di entrare spezzata, divisa, frammentata quanto l’anima della protagonista. In questa scatola delle meraviglie avviene una ricerca laboratoriale sull’umano, in cui il profumo dell’insostenibile leggerezza dell’essere viene, letteralmente, divorato da quello della birra, del sudore, degli umori di una bassa ventralità, che toglie ogni speranza all’afflato metafisico di Blanche. Sara Bertelà rende lieve il passo di questa animula vagula blandula,facendoci vedere, in trasparenza, tutto il significato metateatrale del personaggio. Ecco un’altra Contessa Ilse, che si scontra con i giganti della suburra di una New Orleans madida di meschina realtà. Qui la battaglia non si combatte sul lettino di Freud, in cerca delle psicopatologie dell’ennesima Anna O.; piuttosto, la posta in gioco è molto più alta, e riguarda il senso stesso del fare arte, del fare teatro. La bugia acquista valore di laica santità: è la metafora per trovare, nelle incolmabili fenditure della persiana, la luce di un assoluto senza nome, tra le piroette, le danze bacchiche di Blanche, o nei suoi silenzi, nelle pause, nel suo torrente inarrestabile di parole. Blanche è incinta quanto la sorella, ma il bimbo che porta in grembo è fatto della stessa sostanza dei sogni, e ce lo affida da sempre, in ogni rappresentazione – e, in particolar modo, questa-, come dono prezioso da conservare, da far crescere.
Tutto avviene tra le persiane, senza orpelli o mobili da inventariato teatrale; solo un trasparente baule sembra rappresentare l’anima del personaggio. Recitazione allo stato puro, ma di quelle roventi, che ci devi soffiare sopra per non scottarti l’anima. Stefano Annoni rompe una lunga teoria di Stanley Kowalski tutti corpo e niente spirito. Il valore aggiunto, dato dall’interprete, regala al personaggio un pensiero, anzi una filosofia , molto pragmatica, sanchopanzista, che si potrebbe condensare nell’assunto brechtiano del “prima viene la pancia, poi viene la morale”. L’attore comunica alla platea che, forse, questo personaggio si è scelto il suo abbrutimento, come un pupo pirandelliano, per combattere così la lotta esistenziale. Silvia Giulia Mendola è più che una Stella: è una supernova, che esplode, in tutta la sua verità, in faccia allo spettatore. Si muove con agilità sul tetto che scotta di questa stanza fatta di persiane, perfettamente in disequilibrio tra ragione e sentimento. Il desiderio del suo tram è più oscuro di quello buñueliano. Pietro Micci ci regala un riuscitissimo Mitch che perde, a un certo punto, la sua verginità da principe Myškin, e scivola verso un freudiano complesso di Edipo, non riuscendo a fare di un palcoscenico un regno, e scordando il significato di luce del personaggio di Blanche. La protagonista riesce a far girare la testa al testo scenico, e, persino nel finale, evita la trappola dello stigma della follia un tot al chilo; diventa, piuttosto, un quadro, un’immagine che si stampa nella retina, nel cuore e nella mente, al pari di un memento somniare. E’ pura magia che ti incanta, come un fraseggio lento di un vecchio blues, o i colori di un cristallo su cui si frange la luce. Non le si può distogliere lo sguardo di dosso, e già si avverte la sua insopprimibile voglia di magia. Buio. Applausi.
Danilo Caravà
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