Dal dio della commedia non si sfugge; inutile resistere a questa versione grottesca di Dioniso, più sbronzo di arte teatrale che mai, pronto a smuovere dall’uggiosa inerzia tutte le Arianne della platea, uomini compresi. Tutto questo, non solo Alice – per una volta – lo sa, ma anche Riccardo Magherini, che costruisce uno spettacolo con uno swing da far invidia alla più esperta orchestra jazz. Ci mette, come ingredienti, due musicisti, un compare e una drammaturgia presa dritta dritta dalla torrenzialità sincopata del russo Daniil Charms; agita ben bene, e tira fuori uno di quei Manhattan che ti stendono al primo assaggio. Niente ghiaccio annacquante per questo cocktail scenico, solo sincero alcool interpretativo, in grado di rendere qualunque mondo lieve, quanto la più metafisica delle piume.
D’altronde, qualcuno ha affermato che quello dei russi è il popolo che ha inventato Dio, o, meglio, ne ha fatto il personaggio dietro le quinte di ogni trama. Qui Godot lascia al personaggio l’insostenibile pesantezza di un cadavere; abbiamo un Raskolnikov senza colpa, una perfetta unione a livello genetico-molecolare con l’uomo ridicolo, o un Akakij Akakievič Bašmačkin gogoliano che, più che baloccarsi con il cappotto, cappotta egli stesso in un’esistenza prossima al surreale. Gli orologi, prima di sciogliersi come i Camembert di Dalì, non hanno più lancette: nelle notti bianche di questa Pietroburgo anni ’30, il tempo è tutt’altro che una costante.
Sembra di vedere la teoria della relatività in forma drammaturgica, come potrebbe spiegarla il buon vecchio Einstein dopo aver bevuto qualche vodka. Il personaggio vive, prima di tutto, delle sue parole, e quelle fanno l’effetto di un’ipnosi ericksoniana. In men che non si dica, ci si ritrova dentro a una storia, fatalmente agganciati ad essa, senza potersene sbarazzare davvero, come per la vecchia morta nell’appartamento. Ma la logica è quella del sogno; e qui le vetuste forme a priori dello spazio e del tempo, di kantiana memoria, se ne vanno a Patrasso, o in qualche panetteria di Pietroburgo, dove l’amore si trova e si perde con la velocità con cui un pentolino salta sul fuoco, se privo di acqua. E poi c’è quella magia, quel sound dei fonemi di Magherini, che ti porterebbero in Cocincina senza che tu te ne possa accorgere. Come uno straordinario animale da palcoscenico, mesmerizza, ipnotizza, porta la platea in uno stato alterato di coscienza, e non importa il perché, il come, il dove.
L’unica cosa che importa veramente è che ci trova lì, e si deve ballare, si deve partecipare al gioco con tutte le viscere dell’anima. Si tratta di un gioco, certo; ma di un gioco serissimo in cui si partorisce un mondo, in barba all’onnipotenza divina. Un meraviglioso big bang teatrale pronto a esploderti in faccia, lasciandoti la voglia che tutto questa succeda ancora, e ancora. I due musicisti, Lele Palimento e Nicola Maria Nanni, trovano una splendida affinità elettiva con l’attore, portandolo agevolmente su sentieri brechtiani, dove sonnecchia Aristotele, ma è ben sveglia la mente. Costruiscono una sorta di continuum spazio-temporale, di sottile corda su cui il funambolo Magherini non solo resta in equilibrio, ma costruisce una vera e propria casa. Si sposta tra il pubblico, e dà tali lezioni sui tempi della commedia e del teatro, che, in quegli spazi, potrebbe vivere e rinascere circa un milione di divinità. L’assistente alla regia Stefano Tirantello, presente in scena come una sorta di osservatore kantoriano, piantona la vicenda e ne è, insieme, testimone oculare e primo spettatore partecipante. Il teatro batte un colpo, anzi, diversi colpi sulle percussioni che ritmano il testo scenico.
Qua la poesia, più majakovskijana che pascoliana, mitraglia il senso comune, il già detto; ovvero quel pensiero mille volte pensato, che attraversa omaso, abomaso e gli altri stomaci delle ruminanti banalità di altre messe in scena. L’inconscio è a meno di un passo, e strapperebbe un sorriso di approvazione a Jung. Per Freud, invece, sarebbe l’occasione per affermare che un sigaro può non essere solo un sigaro, ma anche simulacro di salsicce mangiate crude, con effetti devastanti sul bassoventre, nel bagno di un treno. Alla fine, non solo la vecchia, ma tutto lo spettacolo, potrebbero stare in quella valigia, da portarsi a casa, per rivedere il tutto mille volte, nel teatro della mente; tanto, è un bagaglio a mano, leggero quanto un’idea platonica.
Danilo Caravà
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