Sui grandi classici – quelli che sono, giustamente, spesso frequentati, e consumati fino alla punta, come il lapis di un antico macellaio – è difficile rinnovarsi, trovare una nuova strada esegetica tutta da mappare da zero; eppure, questo spettacolo ci riesce, lavorando con dovizia nei tagli, e negli aggiustamenti di sartoria drammaturgica. Il segreto è cambiare decisamente il filtro dal quale osservare la vicenda, vicenda che piega lo spazio e la luce al pari di un buco nero, avvalendosi di una geometria diversa, non euclidea: ossia, prendere il punto di vista del fool shakespeariano. Il suo stato di perenne ebbrezza si traduce in una prospettiva decisamente dionisiaca, in grado di sfuggire alle linee squadrate del ragionamento apollineo. Il complimento più grande che si possa fare a questo lavoro è quello di aver portato qualcosa di inedito in Macbeth, di aver regalato il giusto grado di sapidità alla vicenda.
Non più il dio sofocleo dell’eroe passivo, agito e ingannato dalla sorte, ha il trono della storia; lo detiene, piuttosto, quella caotica volontà di potenza che regge i personaggi appesi all’albero dell’ambizione, fintantoché il primo vento non li porti via. Nell’epoca storica della Scozia in cui è ambientata la vicenda, ci fu un furioso avvicendarsi di sovrani, una febbricitante successione: testimonianza di quanto la cospirazione, il coltello, il colpo di stato abbiano determinato la fine dell’ultimo regno. Non solo Macbeth è vittima, ma lo sono gli altri personaggi, parte integrante di questo gioco dei potenti in cui le cose si muovono in maniera inaspettata, al pari di un cavallo sulla scacchiera. Come punto di fuga, altare sopraelevato, apice di questo tempio scenografico sacro e profano, c’è l’alcova coperta da una tendina, che regala agli occhi una visione sfumata da quadro impressionista, in cui, deliberatamente, si perdono i contorni del nero. È il luogo di uccisione di Duncan, già collocato come il Cristo di Mantegna, pronto ad essere la vittima sacrificale, il “padre” da uccidere perché la legge sia propria, e non più sua. Ed è pure il talamo di Macbeth e lady Macbeth; insomma, quanto di più adatto per esprimere l’inconscio della vicenda, il suo altrove, la forza gravitazionale irresistibile che spinge i personaggi ad agire molto prima delle battute e delle intenzioni. Le parole, in questa versione, esprimono meravigliosamente l’impossibilità di trovare una catarsi, una risoluzione concettualmente verosimile della vicenda.
Solo la dolorosa poesia può guadagnarsi degli squarci di luce in questo nero, come nel monologo della follia della Lady e in quello finale di Macbeth, lucido e schiaffeggiante più di una vita porca e vigliacca. Questa particolare versione fa comprendere come il tragico non risieda semplicemente nella quantità di sangue versato, ma, piuttosto, in quello metafisico; nel non senso dell’esistere, che gira un frenetico girotondo, e che cerca la stessa impossibile estasi del derviscio rotante. Si ha una profonda compassione persino dello spietato nuovo re, che non scioglie, nemmeno per un istante, i suoi tarli e i suoi rovelli. E la moltiplicazione dello spettro di Banquo si riverbera nel passato; gli scorpioni nella testa del protagonista ci son da sempre. Abbiamo la possibilità di vedere quelli dell’adesso scenico, ma molti altri sono esistiti prima che si alzasse il sipario. Le streghe hanno, poi, la stessa creatività, la stessa matrice di lazzi del fool: sono, in un certo senso, la sua ombra di junghiana memoria. Alzano le vesti in maniera irriverente come le streghe del Macbeth di Polànski; questo gesto ha, però, radici ancestrali, ed era una delle immagini affrontate dai mystai durante i riti dei Misteri Eleusini.
Come nel quadro L’origine del mondo, si evoca quel femminile che si fa utero creatore della vicenda. I figli maschi partoriti della Lady sono tutti i personaggi della vicenda; non fa eccezione il buon Macduff, nato con un parto cesareo. Invece il fool, che mantiene un ruolo quasi metateatrale, è un funambolo in eterno equilibrio tra la scena e la platea. Malcolm sarà un re dichiaratamente peggiore, e il nero dei Rolling Stones diverrà ancora più cupo alle pareti. Solo il monito bakuniniano, scolpito idealmente nell’interpretazione, sembra essere l’unica, flebile luce in fondo al tunnel: “una risata vi seppellirà!” Grazie, a tutto questo ensemble, per aver dato una vita nuova e autentica alle tenebre di Birnam e Dunsinane.
Danilo Caravà
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