Uno sguardo su… “L’orologio americano”

americano
foto Manuela Giusto

Dalla penombra entrano in scena e si dispongono, ognuno ha il suo posto e si mette in posa. Le luci illuminano i volti uno ad uno, come se qualcuno li stesse mettendo a fuoco per renderli nitidi. L’immagine si compone, la foto può essere scattata. La dissolvenza in entrata assomiglia allo sventolio della pellicola quando vogliamo che una certa istantanea si sviluppi velocemente. Luce, ora vediamo: è la famiglia Baum e il microcosmo umano che gravita loro attorno ne L’Orologio Americanodi Arthur Miller. Lo spettacolo diretto da Elio De Capitani e interpretato da 18 tra attrici e attori dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, parte dalla più classica delle foto di famiglia. Non una famiglia convenzionale, una di quelle allargate che si creano nel tempo tra parenti, amici, conoscenti e chiunque passi di là. Ad unire ogni membro o infiltrato, è la crisi americana del ‘29.

L’inizio della fine

Come spiega il coro iniziale, due sono gli eventi epocali che ogni americano avverte sulla propria pelle quando se ne parla. Niente conflitti mondiali o in Vietnam e in Corea. A scuotere ogni statunitense saranno solo e sempre le tragedie legate alla guerra civile e alla grande depressione. E L’Orologio Americano decide di prendere in considerazione la caduta della borsa di Wall Street nel 1929, un dramma vissuto in prima persona da Miller, un amplificatore di tensioni sociali con risvolti forse ancor più violenti di una guerra.

A tenere le redini della narrazione ci sono Lee Baum, prima della crisi giovane borghese con infinite opportunità, e Arthur Robertson, businessman con il talento per gli affari. E proprio il suo fiuto aiuterà Robertson ad evitare la bancarotta e ad arricchirsi durante la grande depressione, cosa che non accadrà invece a Lee, il quale, assieme alla sua famiglia, verrà investito in maniera brutale dalla crisi. Il tutto si dispiega naturalmente in un prologo che chiarisce che non sarà un viaggio in linea retta, piuttosto una bomba temporale che mescolerà presente, passato e previsioni sul futuro con un’esuberanza stilistica che è impossibile definire.

Album dei ricordi

La trama dello spettacolo si districa tra frammenti di memoria che coinvolgono i Baum e gli altri protagonisti, per un intreccio tra più di 50  personaggi che è difficile elencare tutti. Scanditi dalla musica dal vivo di Mario Arcari, sono più quadri che foto ricordo. Ad esempio, Robertson che in psicoterapia confessa al suo dottore di avere il sentore che la borsa crollerà e che troverà comunque il modo di lucrarci su. Lee e il suo sogno di andare all’università che verrà spezzato perché 400 dollari non copriranno la retta per tutti gli anni come auspicava suo padre. Il povero contadino Taylor, messo in ginocchio dagli esattori ma rimesso in piedi come possibile dai Baum. La pragmatica zia Fanny che vuole persuadere il figlio Sidney a mettere da parte la musica per sposare Doris ed aver vantaggi economici. Edie la fumettista che vede in Superman una metafora del comunismo in ascesa, in America. Tutti nomi e situazioni (e molti altri da scoprire) per cui è obbligatorio avvicinarsi allo spettacolo di De Capitani, perché in questo caso le parole non rendono come quello che propone un palco addobbato da circo, come se tutto fosse uno show.

Una farsa più che altro, come suggeriscono le maschere che indossano i personaggi. Marcati, prominenti: sono i tratti fisici che proprio le maschere propongono per accentuare e associare personalità a ruoli specifici. Perché volenti o nolenti, tutti indossiamo una maschera, quella che scegliamo noi ma anche quella che ci appioppano gli altri. Siamo costretti a portarla, dato che ogni vicenda ha bisogno di archetipi ben definiti. L’Orologio Americano evidenzia questa necessità o forzatura utile allo scorrimento delle trame, richiamando in parte la tradizione dei pupi siciliani e degli spettacoli dei burattini, dei film di animazione in stop-motion. Movimenti e caratteristiche estremizzati servono a far sorridere, a coinvolgere ma soprattutto a far riflettere, dando a tutto il giusto significato. Come nelle allegorie. Perché se è vero che ci sono le sfumature, è altrettanto realistico leggere le situazioni per quello che sono.

Scambio di ruoli

La crisi del ‘29 evidenzia la grande contraddizione tra simbolici vincitori e vinti, tra bene e male, tra vittime e carnefici che si scambiano di continuo i ruoli senza volerlo, senza rendersene conto. Il contrasto, oltre che dai flashback in cui vediamo i giovani Lee Baum e  Arthur Robertson intenti a costruirsi un futuro rispettivamente tra sogni e cinismo, è dato proprio dall’incontro tra le versioni giovanili e più mature dei protagonisti. Un confronto alla Dickens, in alcuni casi un vero e proprio dualismo che accentua il peso della grande depressione del ’29. Da una parte speranze sotterrate da una miseria inaspettata che ha travolto tanti, dall’altra speculatori che sono riusciti a fare i soldi sulle sfortune del prossimo. Il dialogo tra Lee adolescente e Lee giovane uomo prevede in modo chiaro quello che potrà accadere: la povertà è l’anticamera della rivoluzione cruenta. È la spietatezza del fato che cambia tutto in un attimo.  

Basta giochi

È la fine del sogno americano, del tutto è possibile, è il crollo di un sistema che viene descritto bene nella scena in cui una prostituta si intrattiene con il fioraio Joe. A governare è il denaro, l’amore è un’illusione fatta anch’essa di mercificazione e servilismo, almeno se non sai scegliere. È una delle prime maschere a cadere, quella del perbenismo e del buonismo. Quella che regna anche nel nostro occidente fasullo. Se nella parte iniziale e centrale della rappresentazione gli interpreti trovano la forza di andare avanti, da questo momento in poi non c’è più spazio per le illusioni. Se prima sembrava che nella miseria potesse esserci qualcosa di positivo come lo stare insieme o il riscoprire le piccole cose, in scena ora incalza un cambio di rotta. Joe prova a mantenere intatta la sua innocenza, sembrando quasi il Jack Skeletron di Nightmare Before Christmas, un personaggio circondato dal terrore ma che vuole mantenere la voglia di sorprendersi e di continuare a sperare in qualcosa di meglio, anche se il suo destino è segnato.

Il secondo atto è quello dei sogni infranti definitivamente, in cui non c’è più spazio per pensare che tutto andrà bene, tanto che cominciano a manifestarsi pensieri di intolleranza. Come succede a nonno Baum, che a forza di vedere il suo paese allo sbando prova quasi invidia nei regimi stranieri e ne invoca l’instaurazione a causa sua. Succede quando la gente soffre e non ha più voglia di pensare o ragionare. È così che si sceglie di barattare la propria libertà in cambio di promesse di presunta sicurezza e dignità.

La guerra dei poveri comincia in questo modo, quando a chi ha poco resta ancora meno e quando chi qualcosa la aveva la perde rapidamente. Nel finale L’Orologio Americano dirada ogni dubbio e si rivela per quello che è. È la fotografia di oggi, di un presente troppo simile al passato e che è a rischio implosione in un periodo in cui conflitti e tensioni sociali sono sull’orlo della detonazione, mettendoci gli uni contro gli altri. Un pericolo che se non affrontato può condurre al peggio. Se per Robertson la crisi “porta a rinverdirsi”, per Lee questo avanzare regredendo è “un progresso catastrofico”. Se tutto ciò vi ricorda qualcosa è normale: è ciò che vive il mondo contemporaneo, di nuovo.

Quello che intendeva Arthur Miller e ribadiscono De Capitani e i suoi oltre 50 personaggi, è che l’orologio altro non è che una miccia, una clessidra per un conto alla rovescia verso un’emergenza sociale che “potrebbe succedere di nuovo?”. Sta già succedendo.

Luca Villari

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