Beato chi non dubita e agisce, perché non dovrà mai affrontare la realtà. Se Amleto l’avesse pensata così, la sua storia sarebbe stata un’Ansa di poche righe. Sappiamo che non è andata in questa maniera, con William Shakespeare che ci ha regalato un personaggio complesso. Vuoto, nonostante la pienezza delle sue azioni. Hamlet – Cronache dall’Interzonariprende i tormenti del principe di Danimarca e li analizza in un modo a cui nessuno aveva mai pensato prima. Soprattutto in un mondo mai descritto da nessuno se non da William Burroughs, creatore dell’interzona, e riproposto al Teatro Corvetto in quello che per qualche notte è diventato il regno dell’onirico.
Mondi sommersi
Che cos’è l’interzona di Borroughs? Un’infinità di cose, miscelate tutte insieme. Potrebbe essere solo una proiezione mentale, un trip, considerato il fascino che le droghe avevano per lo scrittore. La chiave di lettura sta forse più nella psicologia, considerata anche l’ammirazione dell’artista per Jacques Lacan, psichiatra e psicoanalista di riferimento per tutto il movimento. L’interzona lega concetti filosofici a riferimenti divini e letterari. È un limbo, è il regno dell’Ade, è un sogno e un’allucinazione, è allo stesso tempo tunnel e luce, è l’attimo prima di una decisione. È l’adolescenza in cui sei bloccato senza capire cosa sei. È un bianco che ti invade quando perdi i tuoi 21 grammi prima di andare via. In questo universo indefinito ma paradossalmente nitido per chi sa cos’è il dubbio, ci finisce Amleto, nobile immortale – suo malgrado – che non sopporta più di dover vivere giorni tutti uguali.
Paura e delirio nell’interzona
Proviamo una profonda attrazione per il dolore e ciò che è proibito e questi elementi spesso si fondono con la notte e i suoi luoghi. Forse è per questo che nello spettacolo diretto da Leda Kreider l’ambientazione è quella di un nightclub o di un qualsiasi club dove puoi rilassarti un po’ e tirare fuori quello che hai dentro. L’insegna Interzone richiama proprio quel tipo di locali, intimi, un filo glamour ma senza essere snob. Il microfono calato dall’alto e le performance canore dal vivo (della stessa Kreider che qui è regista, attrice e cantante)aggiungono profondità a qualcosa che si sta già compiendo in quel momento ma sempre come se fosse la prima volta. Le ombre che si stagliano sullo sfondo sembrano un richiamo a Hitchcock, segnale che forse non ci sarà un lieto fine.
Il racconto è diviso in quattro capitoli, una scelta alla Tarantino per dividere passaggi a loro modo cruenti. Il primo è Cronache 1: Prologo, a guidare è proprio William Burroughs, il quale ha subito un incontro ravvicinato con Amleto. Il tormentato per eccellenza nel mondo dell’incertezza e delle possibilità, un connubio perfetto. Uno scontro tra chi come lui, per stessa ammissione di Burroughs, ha il potere della scrittura e chi, come Amleto, questa pressione deve subirla. Lo spettacolo si fonde subito in una specie di mashup che non vuole abbattere la solita quarta parete, ormai stanca di essere rasa al suolo. Hamlet – Cronache dall’Interzona va in obliquo, di lato, in una miriade di direzioni prima di mandare messaggi al pubblico. È un flusso di coscienza che utilizza più stratagemmi. È terapia, con Amleto che racconta dei suoi drammi a Burroughs che se ne sta seduto sulla sua poltrona gonfiabile da psicologo. È crossover, con eroi di mondi diversi che entrano in contatto. C’è anche qualche riferimento ai film con tecnica mista, dove personaggi reali come Burroughs incontrano il frutto del genio letterario di Shakespeare.
Amleto, irreale ma senziente
Nel secondo capitolo, Cronache 2: Il personaggio, Amleto si sofferma su un concetto che nella prima parte passa quasi inosservato, seppur accennato da Burroughs. Le parole e la loro potenza, le parole distorte. Come dice lo scrittore: “Esse non vengono usate per il loro significato ma per la loro immagine”, per come possono essere destrutturate per portare ad un risultato che restituisca un quadro d’insieme estremamente differente. Un chiaro riferimento alle istituzioni moderne, siano politiche o sociali. Qui Amleto prende consapevolezza, si ricorda – anche se lo sa bene – che è solo un personaggio, un marionetta in balia dei versi scritti per lui da qualcun altro. Lo fa mentre si prepara un cocktail mescolando elementi che hanno i nomi dei suoi compagni di sventura: Gertrude, Laerte, Ofelia, Polonio eccetera sono gli ingredienti di un sidro che lo ha reso bulimico, si riempie di un liquido che è più un veleno di cui non sa più fare a meno. È consapevole della sua prigionia ma non sa e non può uscirne. Tutto questo mentre la morte si prende gioco di lui, il teschio a cui eravamo abituati ora non è più un suo confidente, prende vita e gli si strofina quasi contro, come a dirgli che la morte potrebbe essere l’unico sollievo. La sua sventura è quella di qualunque umano che deve fare i conti con la routine quotidiana.
Trappola delle parole
Gli ultimi due capitoli – Cronache 3: Mainstream e Cronache 4: Epilogo – sono quelli in cui la nebbia dell’interzona comincia a diradarsi. Fondamentale è il contributo di Jacques Lacan che in un panorama stile Inception non poteva mancare. È lui che apre gli occhi ad Amleto, mettendolo di fronte ai suoi sentimenti. A prescindere dai conflitti familiari o dai complessi di Edipo e simili, la certezza è una sola: il desiderio è l’unica cosa che ci tiene in vita. Anche se non si realizza, è il motore delle nostre azioni. Ce lo ricorda un’Ofelia che rompe le barriere e, appropriandosi di un ruolo prettamente maschile, si fa crooner dal tono intimo ma potente. Attraverso la reinterpretazione di Disease di Lady Gaga, canta del bisogno di esistere.
Altrettanto significativa e chiarificatrice è la comparsa di Claudio, colpevole di aver assassinato il padre di Amleto per diventare re. Lui è il simbolo di quello che l’umanità vuole da secoli. Esigiamo un potente che assicuri sicurezza costruendo prigioni, concedendo la libertà limitandola. Un sovrano che si muova dietro le quinte celando orrori e crudeltà dietro a manipolazioni verbali. Così è più facile per noi, se non guardiamo il male in faccia è come se non esistesse. Almeno lo speriamo.
L’eco del vuoto
Hamlet – Cronache dall’Interzona è un spettacolo complesso, volutamente. Non conta sapere se abbiamo assistito alle fantasie allucinate di Burroughs o se l’interzona esista davvero e l’incontro con Amleto sia avvenuto oppure no.
Leda Kreider è felina per la quantità di vite che vive sul palco e per i movimenti.
L’Amleto di Antonio Perretta restituisce tutta l’apatia, il disagio e il dolore di chi non riesce più a credere in quello che fa, chiedendosi perché andare avanti se ogni tentativo di ricominciare è solo un altro giorno della marmotta.
Mauro Lamantia gioca a suo piacimento con l’enigmatico carisma che hanno artisti come Burroughs o luminari come Lacan, così autorevoli ma per molti folli nel vedere in anticipo quel che molti ignorano.
Se Christopher Nolan applaudirebbe e capirebbe tutto al volo, uno spettatore medio ha però bisogno di essere accompagnato. Questa non è un’opera in cui regista e attori hanno voluto divertirsi, sarebbe solo un primo e superficiale giudizio. Stili, generi e influenze diverse sono spunti per recuperare il pensiero critico, per sforzarsi di trovare interpretazioni e soluzioni diverse, non per forza univoche ma che stimolino una capacità di analisi che sembra sempre più in crisi.
In coda, quel che resta è un concetto chiaro, per Amleto e noi tutti. Il vuoto non è solo assenza, è uno spazio infinito dove nascono infinite versioni di noi. Intangibili, versioni solo potenziali e il più delle volte abortite dal peso della realtà esterna ma in cui la nostra coscienza elabora di continuo chi siamo. Coscienza che forse è abusiva. Annienta pensieri, istinti, pulsioni e sogni per appiattirli e renderli rassicurante omologazione comportamentale. Un modo come un altro per dire che viviamo narcotizzati dal giudizio e dall’aspettativa sociale. Allora non bisogna trascurare il subconscio, neanche assecondarlo, questo sarebbe troppo pericoloso. È necessario evitare che prenda il sopravvento calpestando la nostra mente e creandolo quel vuoto. Hamlet – Cronache dall’Interzona ci chiede di tornare ad ascoltare, ci implora a riattivare i sensi e a riaccendere la voglia di capire quello che accade intorno a noi, in un’epoca di violenza e conflitti, ma soprattutto dentro di noi. Prima che sia troppo tardi, prima che il vuoto copra tutto. Prima di morire dentro: sarebbe molto peggio dell’interzona.
Luca Villari
di Pasquale Stanziale
adattamento di Antonio Perretta
regia di Leda Kreider
con Antonio Perretta, Mauro Lamantia, Leda Kreider
assistente alla regia Noemi Radice
scene Francesca Sgariboldi
costumi Gianluca Carrozza
luci Fabrizio Visconti
progetto sonoro Gianluca Agostini
movimenti scenici Leda Kreider
video Matteo Bonanni
animazioni Martino Prendini
produzione Tieffe Teatro, Centro Teatrale Bresciano, TrentoSpettacoli
con il sostegno di Operaestate Festival Veneto
e con il sostegno di Centro Santa Chiara Trento
progetto vincitore del Bando Vene.Re 2025 a cura del Centro di Residenza del Veneto – Vene.Re
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