Recensione: “La locandiera”

locandiera

È del 1753 il testo de “La locandiera” di Carlo Goldoni, che sembra rifiutare il passare dei secoli. Per il teatro Menotti, Stefano Sabelli riscrive e dirige la famosa commedia di Mirandolina, interpretata ora da Silvia Gallerano.

La regia di Sabelli si esprime nella ricostruzione magistrale della scena, affidata a Lara Carissimi e Michelangelo Tomaro. La locanda è costruita attraverso un meccanismo rotatorio. Su di esso sono state tagliate a spicchi tre stanze, che, come tre fette di una torta, ruotano meccanicamente proponendo ora la camera degli ospiti, ora la stanza di Mirandolina, ora la sala da pranzo. Se di norma lo spazio scenico si rivela un contorno situazionale, indispensabile alla narrazione, qui ogni dettaglio viene presentato con minuzia estetica, risultando nel complesso una scena di una bellezza particolare. Così per la barca in legno, per il molo, gli alberi, i piccoli oggetti della locanda, la riproduzione della nebbia tipica di un paesaggio acquitrinoso.

Non di seconda importanza la scelta del cast attoriale, in particolare di Silvia Gallerano, che si muove in scena decisa e coinvolgente, nella parte di Mirandolina, e di Claudio Botosso, intenso ed emozionale amante sconfitto.
Spigliata e provocatoria, donna fiera e restia a dire addio alla sua libertà nelle stanze della locanda, Mirandolina si pone tra una tradizione molto vicina e una modernità ancora in costruzione. Circondata da giocatori d’azzardo e nobili conti, sfrontata imprenditrice di se stessa, la locandiera di Sabelli dà prova della sua modernità, ma rimane al contempo con un piede nella tradizione sfoderando la sua malizia di donna, accettando infine la protezione del buon Fabrizio: essa gioca con una libertà a metà, ad un passo dal cambiamento.

Chiara Musati

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