Nasce tutto dalla paura. Quando ti sbatte addosso reagisci d’istinto. Cerchi di scappare ma se il pericolo ti raggiunge e ti blocca, più ti muovi e più ti stringe, fino a lasciarti segni che diventano ferite. Quel che resta è qualche cicatrice e un istinto nuovo, quello di sopravvivenza: non vorrai mai più provare qualcosa di simile. Lo Zar di Stefano Massini nasce da questa umana certezza che, da sempre, è anche la convinzione di Vladimir Putin, protagonista della storia che si compie al Piccolo Strehler. Un’ascesa raccontata in un timelapse teatrale che fonde monologo, romanzo autobiografico, documentario storico ed evoluzione della specie dal vivo. Il risultato ci restituisce un presente più nitido attraverso la rilettura di una vita che ha sempre avuto un unico filo conduttore: la sete di potere.
Osservare, mentire, sopravvivere
La paura, dunque. Deve averla provata per qualche istante anche Putin prima di affrontare “la stanza dello Zar”, la prova finale del suo addestramento al KGB, lo spartiacque tra la capacità di provare ancora emozioni e la completa deumanizzazione. Lo spettacolo si apre così, con i frame di una tortura che durano pochi secondi per poi dissolversi in una nebbia che, insieme alla penombra, sarà costante in ogni angolo della trama. Una scena cruda che tratta uno dei più grandi motori della vita: l’angoscia, ciò che accompagna Putin sin dalla tenera età ma non come nemica, come alleata.
Lo Zar cuce in maniera organica una miriade di scenari, epoche storiche e personaggi, a volte invisibili ma sempre nell’aria, altre volte presentati attraverso ricordi personali e foto. Le ambientazioni cambiano frequentemente e fluentemente, legate dalle musiche dal vivo di Luca Roccia Baldini e Mariel Tahiraj, per un ritmo serrato che inganna l’orologio e consuma il tempo. Scrivanie, cassetti, un registratore a bobine, una lampada, sono i dettagli che potenziano l’interpretazione di Massini, che accompagna ad un tono di voce affilato abiti che ci trasportano negli uffici del KGB, poi nell’università dove conosce il professor Sobčak, figura fondamentale per lo sviluppo della sua contro-ideologia. Poi Leningrado, ribattezzata San Pietroburgo in sfregio e vendetta verso Lenin, la cui statua – parte della scenografia – crollerà come cenere. Sino ad arrivare alla Mosca del colpo di stato del 1991, un’esperienza fallimentare che segnerà tuttavia la lenta ascesa politica di Putin. A spiegarlo è proprio lui in prima persona. Occhi negli occhi con il pubblico, avviene uno scambio unilaterale che lascia spazio solo alla versione dei fatti del tiranno. Un confronto su un palco che cambia a seconda dello sviluppo della linea temporale. Inizialmente siamo in uno studio, il dittatore, scrivendo a macchina, parla dei suoi inizi.
I suoi primi anni di vita sono segnati dalla miseria. Un bambino gracile, spesso malato e apparentemente innocuo. La strada è la sua balia, è lì che cresce, che impara a non soccombere. Frequenta ragazzi più grandi e dall’indole violenta. Anziché trasformarsi in un Danny Zuko qualsiasi, la paura impara a maneggiarla, sviluppa grande spirito d’osservazione e la capacità di compiacere gli altri se necessario. Sa mentire e sa farlo per conquistare quello che vuole. È consapevole che la paura può essere uno strumento di dominazione, qualcosa che può servirgli, lo comprende grazie a sua madre. Mentre mostra la sua foto, Vova ammette come proprio lei, accudendolo, gli aveva fatto capire che il senso di protezione è ciò di cui tutti sono alla ricerca quando sono spaventati. Questa scoperta, unita alla capacità di leggere le persone, sarà alla base del suo sistema di potere. Una prerogativa di molti politici, soprattutto dei dittatori, quelli espliciti e quelli velati.
Amore per il male
Vladimir è incline ad abbracciare il male. In particolare, lo dimostra attraverso capacità di giudizio che stravolgono e destrutturano le parole dei suoi interlocutori. In questo solco, oltre all’epifania sul senso di sicurezza ricercato dalle persone, è fondamentale un episodio che riguarda il padre. Quando a scuola il giovane Putin non riesce a conquistare il fazzoletto rosso, simbolo dell’impegno e dei risultati raggiunti dagli studenti, Putin Senior lo prende da parte e gli fa un discorso. Rivela che è un membro del NKVD il Commissariato del popolo per gli affari interni, una sorta di comitato che mantiene l’ordine pubblico attraverso la repressione dei comportamenti non tollerati. Gli confessa che “loro” vedono tutto, sanno tutto, non c’è via di scampo. Nella testa del padre è un modo per motivarlo a rigare dritto. Nella mente del figlio, tutt’altro: subisce una sorta di fascinazione per questo organismo che tiene in pugno e stritola chiunque. Qui un Massini già calato nella parte assume ancor di più la postura tipica di Putin, quella del predatore con gli occhi imperturbabili e le movenze silenziose ma brutali del rettile quando entra in azione. Putin scopre il sistema, se ne innamora, è uno strumento di controllo di cui vuole fare parte, con cui vuole far risplendere la patria dopo che Lenin e i suoi eredi l’avevano sgretolata tra sguardi a occidente e scelte troppo pop. Decisioni che avevano affamato un popolo e, senza volerlo, preparato il terreno proprio a Putin.
L’arte della percezione
La grande capacità di Putin è stata quella di avere avuto la sensibilità nell’intercettare i bisogni della gente. È una prerogativa dei leader, poi sta tutto nel come questo talento viene applicato. In Italia, negli anni 90’, c’era chi aveva fatto qualcosa di simile capendo che gli italiani volevano una tv commerciale piena di telenovelas, quiz, calcio, balletti, cosce e comicità in un drive in. Su tutto questo ci aveva costruito una carriera politica, fino a sembrare imbattibile ed immortale.
Putin non arriva ad esordire in un video dicendo “La Russia è il paese che amo” ma le analogie ci sono. Gioca con i desideri della gente, si presenta come uno di loro e ne asseconda le aspettative, in questo caso ripristinare l’ordine sociale, combattere la crisi economica e la povertà. Attira la gente in una trappola che li rende sudditi, un labirinto dal quale possono uscire solo da morti. Soprattutto se ti opponi, come Anna Politkovskaya e gli altri giornalisti che hanno pagato con la vita il dissenso.
Il Putin di Massini compie una scelta precisa: guarda negli occhi il pubblico, lo affronta, non distoglie mai lo sguardo. Nel fare tutto questo, il rapporto diretto con la platea aiuta ad avvicinarsi al personaggio. Al politico, che è a modo suo un performer, quasi un attore che deve amare essere guardato e si nutre anche di vanità.
Lo Zar mette a nudo la massa, innocente e affamata di protezione ma altrettanto colpevole di aver scambiato per eroe un nemico. È una resa dei conti tra chi si è sempre servito della folla e chi si è fatto e continua a farsi usare.
Luca Villari
Lo Zar
di e con Stefano Massini
musiche Luca Roccia Baldini
eseguite dal vivo con Mariel Tahiraj
scene Paolo Di Benedetto
costumi Elena Bianchini
disegno luci Manuel Frenda
suoni Andrea Baggio
la voce di Anna Politkovskaja è di Ottavia Piccolo
produzione Teatro della Toscana
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