“40 gradi”: la recensione

40 gradi

Oggi spazio ai nostri lettori con la recensione di una spettatrice di Teatro Libero

Quest’anno ho aperto la mia stagione teatrale insieme a Teatro Libero, che per me è un posto del cuore: il 5 ottobre ero lì per la prima di 40 gradi. Ed è stata davvero una scelta azzeccata.

E’ bello, infatti, tornare a casa con un senso di appagamento, per aver visto la bellezza, ma anche perché quello a cui hai assistito ti ha lasciato qualcosa dentro.
Il testo di Andrea Maria Brunetti non è solo ben scritto, ma è tagliente e vivace, disperato e speranzoso. E proprio grazie a questo ossimoro, ti frega. Ti prende e ti tiene lì, ti porta dove vuole e non ti concede distrazioni: se un attimo prima stai sorridendo, quello dopo sei emozionato, per poi stupirti con una citazione classica.

Tutto questo, però, è possibile grazie ai tre attori che vivono la storia e che le danno un corpo e un’anima. Fabio Banfo, nei panni di Grisha, ci racconta un personaggio poetico e simpatico, un uomo che ama il suo lavoro, che vorrebbe una felicità che gli sfugge e che non sa come afferrare. Un perdente, forse, ma che conserva in fondo al cuore la speranza della disperazione.

Luigi Guarnieri, nei panni di Misha, è il più carismatico: duro, decisionista, ingiusto, forse, a tratti filosofico. Uno a cui alle volte vorresti dare un pugno, ma da cui, per una qualche ragione non riesci ad allontanarti.
Roberto Testa è il misterioso signor Vampilov, il destino forse, l’uomo giusto al momento giusto. Così giusto da sembrare sbagliato.

Misha e Grisha sono due attori russi, che alla fine di una tournè invernale, in cui hanno interpretato le streghe di Macbeth, si ritrovano in una triste stanza ammobiliata, senza neanche un rublo, ubriachi di vodka e senza un modo per tornare a casa. Quando meno se lo aspettano bussa alla loro porta il misterioso signor Vampilov, che offre 53000 rubli in cambio di… niente.

Chi è quest’uomo? Cosa vuole davvero da due poveri ubriachi? Da queste domande parte la vicenda, che ci porta accanto ai protagonisti in un turbine di eventi e che, tra un sorriso e una lacrima, ci invita a riflettere su cosa sia il giusto, sulla tenacia dell’arte, voluta e amata fino all’esasperazione, su chi siamo veramente.

Il drammaturgo firma anche la regia del lavoro e orchestra con abilità gli elementi che compongono questo quadro. Una scenografia precisa, ma senza tempo, che crea un ambiente che il drammaturgo ci dice essere gli anni ’90, ma che poco importa quando di preciso sia collocato, luci soffuse e calde, i movimenti degli attori che creano un tessuto a tratti quasi coreografato. E la bellezza di alcune immagini: momenti in cui tutto è al suo posto e che, sostenuto dalla parola, ti porta dritto all’emozione.

Ci ho messo un po’ a scrivere queste impressioni, perché avevo bisogno che alcune sensazioni si depositassero, per renderle in parole e, se ci sono riuscita, ne sono felice. La fregatura, però, è che lo spettacolo è in scena a Teatro Libero fino al 10 ottobre.
Sono sicura, d’altra parte, che avrete presto modo di rivederlo perché abbiamo bisogno di spettacoli così!

Chiara Bertazzoni

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