ProfAmà| Marcello Maietta ed Emilia Blanca Prati raccontano “La Procura dell’Amore” «L’amore è un processo, ma il verdetto spetta al pubblico» (Pt.1)

"La Procura dell'Amore"
Marcello Maietta,e il cast de "La Procura dell'Amore", Compagnia MAI

In occasione dell’anteprima nazionale il regista e l’attrice della Compagnia MAI svelano lo spettacolo che mette i sentimenti alla sbarra, fra finali aperti e teatro come scoperta e viaggio

Cari Amici di ProfAmà,

Oggi celebriamo la scoperta.

Di luoghi nuovi, di colori rinnovati, di ispirazioni; di giorni nuovi nonostante la monotonia che talvolta ci affligge, di questo nuovo mese che inizia con la celebrazione della nostra bella Repubblica che compie 80 anni, del compleanno dell nostro Direttore Ivan (qualche giorno fa, benché gli auguri valgano ancora)…

Ma soprattutto, celebriamo la scoperta di noi stessi e delle nostre relazioni, sempre così in bilico a causa -lo sappiamo- della fretta e di quel sistema che professa libertà (doverosa, sacrosanta libertà), ma poi, de facto, pare alienarci dalla nostra unicità.

Scoperta e unicità.

Dopo aver visto “La Procura dell’Amore” di Marcello Maietta e Emilia Blanca Prati della Compagnia MAI sono le parole che mi risuonano in mente. E sono le stesse che sono alla base dell’intervista con il duo artistico.

Come sempre, il mio è un dialogo a più voci; stavolta, eccezionalmente (a renderla ancor più unica), ve ne sono ben tre.

L’occasione è altrettanto speciale: l’Anteprima Nazionale dello spettacolo “La Procura dell’Amore”, venerdì scorso, presso lo Spazio Teatro 89.

Per raccontarVelo, frammento questo pezzo di ProfAmà in due parti.

Più nello specifico, la prima è dedicata allo spettacolo. dedicata alla recensione dello spettacolo. Per la seconda, Vi aspetto a breve su MilanoTeatri!

Buona lettura!

Veronica

La “Procura dell’Amore“: lo spettacolo di Marcello Maietta

La Procura dell’Amore è l’allestimento teatrale andato in scena ieri sera presso lo Spazio Teatro 89 della Compagnia MAI.

L’occasione era un’anteprima nazionale. L’ultima milanese.

Compagnia intraprendente, generosa, MAI è stata fondata dall’attore regista e musicista Marcello Maietta.

Per “La Procura”, Maietta ha affidato la sceneggiatura ad Emilia Blanca Prati, Alessandra Di Nallo, Emiliano Meneghini, Lara Bartolucci. anche aiuto regista.

La vicenda si ispira alla mini-serie tv “Dieci Capodanni” (titolo originale Los años nuevos -n.d.r.-).

Nella rappresentazione, tuttavia, i protagonisti non sono soltanto due attori principali, come nella serie, bensì un corposo numero di attori. Fra questi, anche la stessa Emilia.

A recitare sul palco, 6 coppie che rappresentano gli stessi protagonisti, nelle diverse fasi della loro relazione. Esse si intrecciano e re-intrecciano a suon di musica.

Tutto è diretto con grande passione da Marcello.

Così, la freschezza dell’inizio trova la simmetrica stanchezza dell’età più adulta, che talvolta delude le aspettative prefissate.

O che lascia il tempo alla coscienza: in alcune occasioni ci rende talmente accorti da apparire bloccati.

In altre, è specchio deforme rispetto alla sfrontatezza dei vent’anni e poco più.

Di conseguenza, la scelta registica appare solida.

Quando si arriva in sala, infatti, si vede un ragazzo pensieroso e triste sugli scalini giù dal palco.

Fin da subito si crea una relazione e un’azione del pubblico.

Ci si chiede se quel ragazzo con la camicia nera sia un attore dello spettacolo.

O se quello sia già, lo spettacolo.

Oltre il rumore del pubblico e le luci accese sopra di esso.

Maietta idea la costruzione drammaturgica dell’amore come le fasi di un processo.

Sul palco toghe, leggii e abiti bianchi.

Come quelli delle spose che si svestono di apparenza e tornano a combinazioni di camicie bianche e jeans, l’essenza. (Di Ana, perlomeno -n.d.r.-).

Un tribunale dove i personaggi si muovono fra elementi tipici di una casa.

Che ora appare amica, e ora è luogo di profonda malinconia.

La trama de “La Procura”

Ana e Oscar, due ragazzi diversissimi fra loro, sono i protagonisti della storia.

Classi ’85/’86, i due giovani si incontrano per caso a una festa di Capodanno, nel 2015, e scoprono di aver in comune i compleanni. Esattamente a cavallo di fine e inizio anno. Più nello specifico, lui poco prima della mezzanotte, lei fra i primi dell’anno che iniziava.

Fin dall’inizio, sono giovani e antitetici: Ana è piena di vita, mentre Oscar ha una flessione più cupa.

Quest’ultimo è un giovane medico internista, lei una barista.

Il venticinquenne porta con sé il dolore di una famiglia divisa dalla separazione dei genitori in conflitto, e quello per essere stato lasciato dalla fidanzata.

Per questo motivo, considera l’ordine nella vita, la monotonia, come un traguardo.

Un ordine esistenziale, in sintesi.

Ana, diversamente, è insoddisfatta della sua vita ancora irrisolta.

Irrequieta e bramosa di esperienze mai uguali, racconta al ragazzo di volersi trasferire a Vancouver.

La sua reticenza, tuttavia, evidenzia come, in realtà, la sua aspirazione sia dettata più da un senso di incompiutezza dentro di sé, piuttosto che da una reale volontà.

Difatti, Oscar le trova quel volo che lei non aveva il coraggio di acquistare.

Ed è proprio da quell’offerta di aiuto che inizia la loro storia nel tempo.

Dieci anni di confronti, incontri, allontanamenti e scontri.

Dal tempo delle mele al tempo del-(chi ha)-la ragione

Inizialmente, i ragazzi cominciano a viversi, innamorarsi (non a caso, risuona in sottofondo “Il tempo delle mele”), amarsi (“Felicità”), e persino a convivere, al ritmo della passione tipica dell’età.

Il primo grande cambiamento è un dramma che, pur non riguardandoli da vicino, evoca in loro una grande riflessione sulla coppia e sulla vita stessa.

Soprattutto, sulla sua fragilità, che taglia l’atmosfera silenziosa.

Con il passare degli anni, però, quell’entusiasmo che contraddistingueva i primi tempi diventa un vago ricordo.

Le discussioni si fanno frequenti e si concentrano sulle diverse posizioni dei due.

Dove lui vede la stabilità, come rimanere entro i confini di un lavoro sicuro benché insoddisfacente, lei si sente stretta, percependo soltanto noia.

Ognuno dei due, a torto o ragione, accusa l’altro.

Oscar, desideroso di avere una famiglia, definisce la fidanzata egoista.

La ragazza, in risposta, spiega di non sentirsi considerata e, al contrario, di sentirsi spiata e incastrata in un luogo.

Inoltre, aggiunge un’implicita critica alla gelosia che si mescola a una mancanza di coraggio.

Oscar, secondo lei, non osa.

Non va oltre la sicurezza.

Così, pareti che diventano mura.

E silenzi rumorosissimi.

Successivamente, la coppia si lascia.

Inizia quindi la malinconia, il tempo del ricordo a distanza, del dubbio sul rincontro, dell’estenuante effetto del Covid e dell’incapacità di cogliere i segnali e le paure l’un l’altra.

Poi arriva l’orgoglio.

Oscar vive un’altra storia, così come Ana.

Eppure, nessuno dei due riesce a sentirsi davvero felice, benché siano ormai affermati lavorativamente.

Infine, si ritrovano più tardi, al ritorno a Madrid della donna dopo lunghi periodi all’estero.

Ora madre, è inquieta all’interno di un matrimonio apparentemente sereno, tanto da non volerlo svelare all’ex.

Fra abbracci, imbarazzi e confessioni, emerge pure il trauma della perdita.

Di nuovo in un bar (accennata simmetria con l’inizio), i due prima si sfuggono, poi si studiano, infine si cercano.

La maturità, tuttavia, non sempre accompagna il lato affettivo.

Ancora una volta tornano accuse, rivelazioni e la perdita.

Oltre il tabù di quella perdita.

Fra l’illusione di non ferirsi restando irremovibili e la necessità della speranza e i timori di vivere un qui ed ora.

Pareti che diventano mura, e silenzi rumorosissimi

La coppia si lascia, e inizia la malinconia, il tempo per il ricordo a distanza, del dubbio sul rincontro, l’estenuante effetto del Covid e l’incapacità di cogliere i segnali e le paure l’un l’altra.

L’orgoglio. Oscar vive un’altra storia, come Anna, ma nessuno dei due riesce a sentirsi felice, benché siano ormai affermati lavorativamente. Si ritrovano infine più tardi, al ritorno a Madrid della donna dopo lunghi periodi all’estero. Ora madre, è inquieta all’interno di un matrimonio apparentemente sereno, tanto da non volerlo svelare all’ex. Fra abbracci, imbarazzi e confessioni, pure il trauma della perdita.

Di nuovo in un bar (accennata simmetria con l’inizio), i due prima si sfuggono, si studiano, si cercano. Ma la maturità non sempre accompagna il lato affettivo.

Si reitera il meccanismo di accuse, rivelazioni, la perdita. Oltre il tabù di quella perdita.

Fra l’illusione di non ferirsi restando irremovibili e la necessità di speranza.

I timori di vivere un qui ed ora.

La scenografia

La scenografia è discreta, costruita soltanto da oggetti di uso quotidiano.

L’ambientazione è semplice, come già Vi ho descritto: un ambiente domestico.

Eppure, colpisce per la sua natura cromatica il divano rosso, molto Ikea post 2010.

Non immediatamente al centro.

Non immediatamente davanti.

Ma abbastanza visibile da rappresentare passioni e pulsioni del cuore.

Accanto ad esso, un bancone della cucina rimanda alla quotidianità e alla condivisione.

Una canzone su tutte sembra dimostrare come il dolore dell’immobilità, anche quando nasce dall’auto-conservazione, finisca per paralizzare.

Solo quando si smette di ascoltare tutte le proprie voci nella mente, e si ascolta quella che guida all’azione, a un’insensatezza che dona vigore, governata dalle emozioni – pare suggerire il finale – si ottiene quella possibile felicità. Oggi.

Perché il futuro non è già scritto e nessuno può arrogarsi la presunzione di conoscere le azioni presagite dell’altra persona.

Soprattutto considerando che lo si può provare a scrivere insieme.

Le luci

Per quanto riguarda le luci, invece, esse risultano funzionali e indirizzano la scena.

Diventano un tutt’uno con le sensazioni dei personaggi. Li riflettono, li seguono. E, di conseguenza, li rendono più veri nelle loro evoluzioni. Anche nella danza, che è libera e intima.

Allo stesso modo, persino le birre, visto l’aneddoto che sa di legame e ricordo mai spezzato («alcoliche e non di frigo» -n.d.r.-), assumono una valenza emotiva.

Così piacciono ad Ana, e così Oscar vorrà farne trovare.

Perché quella che è un simbolo di convivialità, condivisione e ribellione ha il sapore di una relazione iniziata con una bottiglia in mano.

Bravura e coesione del Cast di MAI

Le coppie di attori che si susseguono esibendosi sono diverse fra loro, come lo sono le loro età.

Tutti hanno, incredibilmente, un livello di recitazione molto alto. Eppure alcuni anche di più.

Si motivano fra loro e si muovono con naturalezza. Hanno quella luce che solo le persone felici dell’essere lì per il pubblico irradiano. Qualcuno di loro pare veramente coinvolto da un punto di vista del piacersi, con quegli occhi un po’ teneri della beata iuventutis.

Gli attori, anche se di varie età, tengono il palco con consapevolezza e si liberano in momenti di danza ed emotività. Non incappano in un momento di potenziale imbarazzo, visto il déshabillé e la scena molto explicit; mostrano di viversi e vivere le stesse emozioni delle loro plurime versioni di Ana e Oscar.

Fra imprevisti e capacità canore

Divertente il modo in cui l’imprevisto di una birra che fuoriesce in maniera incontrollata arricchisce la scena, aggiungendovi ironia e personalità.

Si aggiunge la bravura del canto: uno degli attori imbraccia la chitarra ed esprime la sua eccellenza attoriale e canora con un’intensità profonda. Il pubblico, che prima aveva (giustamente) applaudito, rispetta il momento di malinconia e dolore del personaggio. Seppur chiunque in sala sia rimasto incantato e così rapito da stordirsi. Si è fermato pensando di chiedersi cosa fare, rispettando la solennità del momento col silenzio, o esplodere in un applauso.

Lo spettacolo prosegue, ma alla conclusione, giunge un applauso lunghissimo. (Doveroso, aggiungo io. -n.d.r.-)

I nomi dei molti Ana e Oscar

**Ve li elenco tutti, i suoi attori (quelli che hanno recitato, sono tantissimi quelli di MAI, ben 85 -n.d.r-), che Vi esorto a seguire sui loro canali. Per non perderVi altre occasioni di vedere loro e gli spettacoli di Maietta:

Leonardo Maffioletti, Elisa Antoniazzi, Emiliano Meneghini, Yvette Quierolo, Giorgio Meroni, Eleonora Errico, Jacopo Carducci, Emilia Blanca Prati, Mattia Corrarati, Valentina Naccarato, Gianfranco Boattini, Alessandra Di Nallo.

L’emozione finale è difficile da contenere: arriva Marcello, che nella commozione generale, mostra tutto quello che per lui è una Compagnia. O che è MAI: una famiglia.

E, quando Marcello mi invita nel backstage, lo vivo in prima persona. Ti fanno sentire accolta, sono felici di vederti lì con loro, ti abbracciano… ti fanno sentire (-cosa per nulla banale n.d.r.-) bene.

Quante persone ci fanno sentire così, senza nemmeno averti conosciuta oltre quella chiacchierata di un felice incontro?

Sperare o non sperare, questo è un finale

Il finale resta non compiuto, sul palco. Possiamo parteggiare, come nel mio caso, per Oscar che finalmente è diventato grande, uscendo dalla sua comfort zone, alla ricerca di ciò che gli mancava davvero. Non “una” compagna, bensì la “sua” Ana. Colei che avrà la scelta finale di perdonare il rifiuto dettato dalla paura di soffrire, o di tornare, pur dolorosamente, a vivere una relazione più capitata che desiderata. Come quel biglietto inutilizzato di Vancouver.

O, legittimamente, prediligere chi ne farà più una questione di onore.

Il pubblico decide, pertanto, e immagina il suo finale. Risponde alle domande che la narrazione rivolge ad esso, liberamente.

La scelta registica è qui volontà esplicita. Perché struttura ogni frammento narrativo con intelligenza ed attenzione. Non teme né sdegna i momenti di ironia che sembrano estemporanei rispetto al contesto.

La narrazione temporale, o un processo naturale, tra costumi…

I costumi di scena appartengono al nostro quotidiano o a un passato molto recente. Ammettiamolo: più o meno tuttə abbiamo avuto quelle Samba e quei felponi da birrai d’antan (-n.d.r.-).

Se da un lato gli abiti aiutano a identificare gli anni in cui è ambientata la vicenda — dai cargo e canottiera alle mise più eleganti, misurate o persino sfacciate — dall’altro raccontano perfettamente gli umori, i desideri e le trasformazioni dei giovani protagonisti.

Anche il tempo che passa viene sottolineato attraverso l’utilizzo di Alexa, simbolo di una quotidianità sempre più scandita dalla tecnologia. Riflette la comodità — sì, lo scrivo e lo sottolineo, non vogliatemene (-n.d.r.-) — delle nostre abitudini contemporanee.

…e musica

Abitudini che comprendono inevitabilmente la musica.

Marcello Maietta la sceglie con estrema cura.

Quello musicale diventa un vero e proprio percorso parallelo nel tempo e nelle emozioni. L’artista mette a frutto tutta la sua esperienza non soltanto come polistrumentista, ma anche come profondo conoscitore dei panorami musicali degli ultimi decenni.

Ne nasce un viaggio fluido, pur nella sua apparente disomogeneità, capace di amplificare e rivelare gli stati d’animo dei personaggi. La “camisa negra” riflette il tormento iniziale di Oscar, ad esempio. Il regista percorre una narrazione: dai brani dell’adolescenza, come quelli di Richard Sanderson, ai momenti di pieno innamoramento accompagnati da Al Bano e Romina Power, fino alla malinconia di canzoni struggenti del panorama spagnolo e alle sonorità dei Muse.

Tutto conduce all’intenso finale che vede protagonista il medico.

Un uomo distrutto dal dolore, che compone canzoni nel silenzio assordante delle proprie emozioni. La sua sofferenza si traduce in gesto fisico: il corpo si contrae, si chiude, fino quasi a scomparire nel buio.

Un buio reale, sulla scena. E un buio metafisico, nella sua anima.

Limbo interiore nel quale si rifugia per proteggersi dal caos esterno, da quella monotonia che per lui rappresenta una sicurezza ma nella quale, al tempo stesso, si sente soffocare.

Una procura emozionale

Contemporaneamente, da quell’amore sul quale sembra prevalere la paura di soffrire ancora e da quella medesima ir(? n.d.r.-)ragionevole presunzione di conoscere in anticipo le scelte dell’altra persona. Col risultato di negarsi il presente per il timore di un futuro possibile.

Sono emozioni forti, coinvolgenti, che arrivano allo spettatore con una forza rara.

Le ho sentite dentro.

Sono le stesse emozioni che portano l’Oscar di Maietta a interrogarsi sulla scelta compiuta e, forse, a decidere di rincorrere quell’amore che credeva perduto per sempre e che, in fondo, ha continuato ad amare fino alla fine.

Due modi di percepire. Due modi di sentire.

Quasi uno Sliding Doors contemporaneo, che mette di fronte non solo Anna e Oscar, ma anche quella parte di noi che si chiede fino a che punto sia disposta ad accettare il rischio. O, al contrario, la rabbia e il rimpianto.

Connessioni fra scena e spettatori

Una domanda che dovremmo porci più spesso: abbiamo davvero fatto — o stiamo facendo — tutto il possibile per vivere e far sopravvivere il nostro amore?

Maietta non offre risposte definitive, suggerisce riflessioni. In aggiunta, provoca.

Scatena emozioni, partecipazione, empatia e, talvolta, persino antipatia verso uno o l’altro personaggio.

Lo si percepisce chiaramente anche nei momenti di abbattimento della quarta parete — elemento che, come vedremo, rappresenta uno dei cardini della concezione teatrale della compagnia MAI.

A un certo punto uno degli Oscar si chiede se sia il caso di inviare quel messaggio.

Spettatori: giudici e protagonisti

Dal pubblico arrivano subito suggerimenti, esortazioni, inviti ad agire. A fare qualcosa, diventare finalmente protagonisti consapevoli della propria vita.

Ed è proprio l’azione, come mi spiegherà più tardi Marcello, uno dei principi fondanti del lavoro di Emilia e degli altri attori della compagnia.

Forse è proprio questa consapevolezza — il coraggio di scegliere, agire e assumersi la responsabilità della propria vita — a spingere la compagnia MAI a lasciare Milano dopo quasi quattro anni per tornare a Roma.

Arrivederci Milano

L’addio (-un arrivederci n.d.r.-) alla città commuove. Commuove loro e commuove il pubblico.

Cinque minuti intensi durante i quali Marcello Maietta ringrazia gli spettatori, la città che li ha accolti e fatta sentire a casa, ma soprattutto i suoi attori e le sue attrici: quelli andati in scena ne La Procura dell’Amore e quelli arrivati da altre città semplicemente per condividere quel momento.

Segue un applauso lungo, sentito, meritatissimo. Ringrazia l’amico di sempre, Gaetano, che ha un sorriso che ingloba gioia e essenza stessa di quel tessuto d’amicizia longeva.

La celebrazione più autentica dell’essere davvero una compagnia: unita, libera e partecipe.

Tanto da dire, tanto da dare

Una realtà che non vive di pressioni o sponsorizzazioni, che ha avuto il coraggio di protestare contro la chiusura dei teatri e che continua a credere in persone che spesso altri avevano smesso di vedere.

Hanno aperto le porte dello Spazio Teatro 89 per l’ultima volta da milanesi.

E nel farlo hanno aperto anche i loro cuori a quegli stessi milanesi che, come me, sono grati di essere stati scelti per condividere un tratto del loro cammino.

Il ringraziamento finale va anche a chi è sempre stato presente per loro.

In particolare ai genitori che — in uno dei momenti più teneri della serata — hanno “affidato i loro figli e nipoti” a questo percorso artistico, credendo in un mestiere difficile, ma capace di rendere vivi.

Un mestiere che tutti i ragazzi di MAI non si limitano a raccontare.

Lo vivono. Ogni giorno. Con, citando Maietta, hanno «tanto da dire, e tanto da dare».

(Fine prima parte)

Veronica Fino

"La Procura dell'Amore": immagini dello spettacolo
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Veronica Fino, classe 1983, Milanese di nascita e convinzione ODG Lombardia, Direttivo GATaL Lombardia, autrice, planner, Social Event e Media Management. Scrivo, leggo, descrivo, dipingo, organizzo, fotografo, non sempre con il medesimo ordine.

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