ProfAmà: fra rinascita e continuità, le nuove stagioni del Teatro Corvetto e del Teatro Franco Parenti. D’Elia e Shammah concordano: «Abbiamo una città con noi»

Sopra, Corrado D'Elia- direttore e fondatore del nuovo Teatro Corvetto Sotto, Andrée Ruth Shammah, fondatrice e direttrice del Teatro Farnco Parenti

Il teatro chiama e Milano risponde. Quando la cultura in cartellone diventa strumento di riqualificazione sociale, partendo dai suoi quartieri

Di Veronica Fino

Cari Amici di a ProfAmà,

bentrovati in questa nostra rubrica incentrata su Professionisti e Amatoriali su MilanoTeatri.

Lo so, me la sono presa comoda. ( -Sapete, sposarsi è bellissimo, ma faticoso eh! n.d.r.– ).

Tuttavia, dopo un’intensa estate pronta a salutarci, torno da Voi con il racconto di due eventi entusiasmanti.

Nello specifico, venerdì 11 e mercoledì 16 settembre ho assistito alle presentazioni della nuova stagione del neonato Teatro Corvetto, fortemente voluto da Corrado D’Elia, e di quella dello storico Teatro Franco Parenti.

Il titolo della stagione è esaustivo: “Caos e stelle danzanti”. Potente ed evocativo. Poetico.

Si tratta di due, evidentemente, di modi diversi di costruire e pensare il teatro, con l’Amore — collante universale — in comune: per il palcoscenico e per la nostra Milano.

Da un lato, Teatri Possibili e il vulcanico D’Elia hanno trasformato una vecchia sala all’ombra di un campanile in uno spazio ricco di proposte culturali, indirizzate al quartiere eppure con lo sguardo rivolto all’intera città.

Dall’altro, Andrée Ruth Shammah ha pensato, insieme al figlio Raphael Tobia Vogel, a un cartellone con un’offerta spettacolare. In tutti i sensi. Nondimeno, ha lavorato per creare una vera cittadella del teatro.

Dal quartiere alla metropoli ( -o city, se Vi piace n.d.r.-), dunque. Fra sfide e coraggio.

E Milano? Ricambia l’amore, quel coraggio e accoglie le nuove realtà, facendole sue. E un po’ di tutti noi.

Buona lettura,

Veronica

Corvetto e Parenti: fra novità e conferme

Come Vi ho anticipato, ho avuto il piacere di partecipare ad alcune presentazioni dei cartelloni per la stagione 2026/27.

In particolare, l’11 settembre ho visto il nuovo Teatro Corvetto e, il 16 a seguire, ho seguito la conferenza stampa del Teatro Franco Parenti.

L’uno si presenta come nuova linfa per il quartiere omonimo. L’altro è casa in trasformazione da ormai 55 anni, tanto da essere un’immagine perfettamente integrata di Porta Romana.

Infatti, si tratta di realtà che rappresentano appieno la porzione metropolitana in cui si inseriscono. Contesti e distretti situati a brevissima distanza tra loro, benché caratterizzati da un’anima profondamente diversa.

Tuttavia, parliamo di due realtà differenti unite da una stessa idea, un teatro capace di dialogare con Milano e con i suoi quartieri. Di lì, costruire comunità e restituire alla cultura un ruolo concreto nella vita della città.

Ecco perché è esattamente è da qui, che voglio partire.

Due modi di fare teatro, ma un solo obiettivo: il dialogo con l’urbe meneghina

Essere teatranti in un territorio vitale come quello meneghino è difficile. Occorre pervadersi di quel brio in costante squilibrio fra desideri e concretezza. Filtrati dalla velocità. Eppure, nonostante il ritmo che corre, ci si scopre rallentare ove percepisca il valore di un’iniziativa.

Ecco che, da un medesimo obiettivo, per essere appieno parte di tale dna culturale, occorre rispondere a una domanda essenziale. Occorre porsi il quesito sul cosa possa ancora fare il teatro per una città come la nostra.

Parenti e Teatro Corvetto fanno con le loro stagioni una dichiarazione d’intenti comune. Entrambi vogliono essere appieno parte del dna culturale del capoluogo lombardo, collegandosi al territorio circostante. Ognuno a modo suo, seguendo le caratteristiche contraddistinguenti le sfaccettate nature locali.

Porta Romana, dove si trova lo storico Teatro Parenti, ha un’aria bon ton.

Vive, fiera, fra eleganti edifici Liberty, botteghe storiche ed eclettismo un po’ dandy della borghesia. Rigorosamente impegnata fra City, Fondazione Prada e Bocconiani. Fino a qualche giorno fa in licenza estiva.
Una di quelle zone dove ti ritrovi a passeggiare fra barboncini, bassottini e Weimaraner. Con le friulane di velluto in estate e le Birkenstock. Anche in pieno inverno.
(A tal proposito, attendiamo con fiducia la MFW di domani per sbizzarrirci e probabilmente pentirci. n.d.r)

La zona di Corvetto, invece, sfuma un po’ in antitesi con la vicina chic ( –radical, ammettiamolo– ).

Si tratta di un quartiere popolare, nonché multietnico.

Storicamente casa di moltissimi operai, esso ha mantenuto una forma di autenticità e dinamismo.

La sua identità è costituita da giovani studenti e lavoratori, artisti e realtà indipendenti.

Insieme, gli abitanti si uniscono disomogeneamente fra mercati rionali e numerosissimi membri delle comunità cinese, sudamericane e arabe.

Al centro, Milano

Milano è “la città che sale”.
Così sancì col suo dipinto-manifesto ( –futurista n.d.r.- ) Umberto Boccioni, nel 1911.

Una realtà che da periferica, con le sue ciminiere di periferia, vive in eterna trasformazione. Una fibbrile forma di fermento multifattoriale.

Di quelle che rendono stretti i tempi di assestamento e scompigliano subito con nuovi cambiamenti e riqualificazioni.

Che, oltre ad essere urbane, necessariamente devono essere anche -e soprattutto- sociali e culturali.

D’Elia: “Il Corvetto sarà un teatro di prossimità autorevole, capace di dialogare con l’intera città”

Proprio nell’idea di riqualificazione e miglioramento del quartiere ha preso forma il bisogno del regista nato e cresciuto qui. Precedentemente, è già stato fondatore di Teatri Possibili e del Teatro Libero.

Grazie anche al contributo del Comune di Milano, il Teatro Corvetto nasce dalla trasformazione del Politeatro di viale Lucania.

Venerdì 11/09, giornata terribile per tanti di noi che ricordano bene, si è svolta la presentazione di questo nuovo spazio. Che è stato profondamente voluto e diretto da Corrado D’Elia.

Simbolico che dopo ben 25 anni da quella tragedia che ha scosso la nostra civiltà si celebri la rinascita di uno spazio.

Di lavoro, di studio, prove, arte e aggregazione.

La gestione del Corvetto, che colpisce con la sua insegna essenziale, nero su bianco, è affidata, dunque, a Teatri Possibili.

Ciò che rende unico questo teatro è il passaggio da un contesto parrocchiale, così caro a tanti Amàtoriali, a spazio professionistico.

Completamente risistemata e aggiornata, questa nuova struttura offre 200 posti a sedere.

Secondo idea e volontà della direzione artistica, il Teatro Corvetto si affaccia sulla scena con un cartellone composto da pochi titoli, almeno sulla carta.

Preservare il passato del Politeatro attraverso la contaminazione artistica

Tuttavia, si tratta di spettacoli già molto interessanti e attenti, se non pienamente indirizzati, al contesto popolare in cui si va ad inserire.

In punta di piedi, dunque, ma con un certo stile.

In particolare, il progetto teatrale vuole mantenere la storia del Politeatro. Nella sua lunga vita a fortuna alterna, è stato spazio legato alla comunità e alla vita della zona.

Pensando ai titoli e alla sua storia, si denota la volontà di mantenerla e inserirla in una nuova cultura identitaria, ricca di contaminazioni culturali e artistiche.

Per “creare un pubblico”, D’Elia si affida ad artisti già noti e volti nuovi con l’idea di una stagione corale.

Gli spettacoli della nuova sala

È lo stesso D’Elia a inaugurarla, domani 23 e 24 Settembre con “Novecento“, il capolavoro di Alessandro Baricco.

A questo spettacolo, si uniscono, fra gli altri, quelli di Marco Baliani (“Tracce“, tratto da Bloch) e Lucia Vasini. Ci offre un’inedita versione del celeberrimo “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame.

Inoltre, altri nomi da tenere bene a mente ( – per chi già non ne avesse avuto occasione n.d.r.- ) sono, ad esempio, Leda Kreider col suo “Hamlet, cronache dall’Interzona”.

Gli Eccentrici Dadarò si esibiranno con “Nina“, firmato da Fabrizio Visconti e Rossella Rapisarda (vincitrice del Premio Calandra). Euforica, saluta in video.

Un divertito direttore mostra, di nuovo a schermo, il rinnovato invito a teatro dell’istrionico Massimiliano Cividati.

L’attore e regista è pronto per rappresentare “Ghiaccio, l’incredibile avventura al Polo Sud di Shackleton”.

Si aggiunge successivamente il video di Valerio Pietrovita. Porterà sul palco il monologo dostoevskiano (“L’Idiota, circo di voci per attore solo”).

Sul palco giungono rappresentanza di Les Moustaches, vincitori del Premio Hystrio 2024.

È loro il surreale e metaforico “Un ratto, Tragedia di Luce e di Buio. Mentre Maurizio Schmidt, in sala, promuove “Sketches and Short Plays”. Un singolare cabaret tratto da Pinter.

Infine, la Compagnia Oyes, chiuderà il 2027 con il toccante “Oblomov Show”.

Don Chisciotte, l’inno al D’Elia sognatore

Molta è la prosa contemporanea, infine, ma non mancheranno classici come Amleto, Pinter, Dostoevskij, adattati in modo innovativo.

D’Elia si esibirà, fra l’altro, nel contesto del circuito a MTM Teatro Litta con “La Rivolta“.

Ovvero, una sua versione adattata del “Giardino Dei Ciliegi” di Čechov.

Oltre ad essa, tornerà col suo “Don Chisciotte“.

Per sua stessa ammissione, quest’ultimo sarà una radicale riscrittura dello spettacolo che nacque nel 2020, durante il periodo del lockdown.

Una storia in cui l’atmosfera è fortemente evocativa e simbolica, un aeroplanino di carta a sostituire il fedele Ronzinante. E la scenografia si spoglia del superfluo, per giungere all’essenzialità.

Appunti, estratti, libri e parole si confondono. Giungono alla fine dello spettacolo con il sollievo di non aver gettato la fiducia nei propri sogni. Anche se sono imperfetti.

( -Come noi, umani così umani, del resto… n.d.r.- )

Differenza, questa, netta rispetto al testo di Cervantes.

Curiosamente, le parole dello stesso Corrado sono state lette dalla voce di Miguel Bosé durante l’apertura dei concerti di Jovanotti.

Il sogno per Corrado è avere un teatro che, insieme al suo ruolo culturale, aiuti a trasformare la comunità.

Anche con le realtà di origine non italiane.

Un cartellone aperto alla multiculturalità: «in un quartiere che non si racconta, abbiamo scritto le loro storie»

Negli anni, il precedente Politeatro è stato lungamente anche cinema per gli abitanti locali. Raccontava Corvetto e la sua gente, in qualche modo.

Uno dei tratti più ambiziosi del Teatro Corvetto è, come già evidenziatoVi, quello di aprirsi anche alla scoperta della sua componente multietnica.

In sintesi, pur essendo un teatro di prossimità, è pronto a pensare in grande.

In parte, lo ha già fatto: come volontari, molti ragazzi di Teatri Possibili e lo stesso D’Elia sono andati fra strade, bar, negozi e mercati della zona.

Lì, assieme a psicologi e drammaturghi, hanno cercato di avvicinare cittadini cinesi, sudamericani e arabi per ascoltarne le storie.

Un ulteriore impegno, quello di Teatri Possibili, nel sociale. Che in precedenza ha già stanziato 100000 euro per opere socioculturali a persone con ISEE basso.
Un’attenzione particolare è alle tematiche femminili, come documenta il programma degli spettacoli.
Per cercare poi di raccontarle in una chiave nuova e rispettosa, anche nelle loro lingu4e.
Di conseguenza, l’idea è proporre spettacoli in cinese e arabo. 

Naturalmente, forte dell’enorme bagaglio artistico di Corrado D’Elia, il programma del Corvetto prevede anche concerti. Presumibilmente, non mancheranno altre attività extra in via di definizione.

La sfida del nuovo Corvetto

La grande prova è far sì che persone di cultura diversa, chiusa in sé e talvolta purtroppo non integrata, decidano di scegliere il Corvetto.

In quest’ottica, esso diventa un luogo dove ritrovarsi. Dove poter condividere un momento di unione e «dove le comunità potranno fare comunità». Anche qualora si trattasse soltanto di un piccolo seme.

D’altra parte, D’Elia ha chiarito di non soffrire — per citarlo — «l’orticaria da competition» con gli altri teatri, anche con quelli dotati di una struttura molto più grande.

Infatti, il regista è consapevole che, molto probabilmente, il lavoro più arduo del nuovo Teatro Corvetto non sarà riempire una sala. Piuttosto, sarà lasciare un senso di appartenenza collettiva a coloro che vivono fra quelle strade.

Di conseguenza, è inevitabile realizzare come creare un pubblico non significhi solo vendita di biglietti. Anzi, si inizia creando curiosità e, eventualmente, nuova abitudine: un appuntamento che vale la pena vivere.

Convincendo anche chi, magari non ha mai varcato una sala che esistono storie e luoghi — fisici e metafisici — che possono parlare anche di lui e a lui.

Allo stesso tempo, il regista, con grande entusiasmo ed estrema onestà, racconta come sono nati i rapporti con le altre realtà della città.

Non trattiene la gioia nel descrivere come Milano abbia risposto con grande generosità. Ciò, sia in termini economici e amministrativi, sia di collaborazione con gli altri palcoscenici del circuito milanese.

D’Elia conclude ricordando la celebre citazione di Giorgio Strehler: «Faccio il teatro perché è l’umano che si fa, ogni sera». Così, fa un accorato invito a una partecipazione forte e, mai come in questo nuovo inizio, necessaria.

“Caos e stelle danzanti” al Franco Parenti

E questa era soltanto la prima delle due storie che ho deciso di raccontarVi.

Infatti, di lì a pochi giorni e km, anche il Teatro Franco Parenti ha aperto le porte alla sua nuova annata teatrale. Un incontro autorevole e curato, come di consueto, dall’appassionata e vulcanica fondatrice, Andrée Ruth Shammah.

Se il Teatro Corvetto rappresenta una nascita, il Teatro Franco Parenti riparte invece dalla propria gloriosa storia per continuare a guardare avanti.

Quest’anno, il grande polo culturale si prepara a festeggiare i suoi primi 55 anni.

L’incontro è nella Terrazza della Palazzina, dove si accede passando attraverso i corridoi delle sale (su tutte, la Sala Grande, e un giardino. Ma di questo Vi scriverò a breve, merita menzione a parte.

Il nome della nuova stagione esprime allo stesso tempo la forza e la delicatezza dei grandi temi ospitati in questo 2026/’27. Un immediato richiamo a Nietzche.

Dove il caos, come spiega in una dedica vestita da nota, è inteso nel senso greco.

Un vuoto originario che precedeva la creazione. Non per questo un disordine, ma luogo ove contenere l’infinità complessa.

Secondo Shammah, luogo di possibilità. Per lei, è dal coraggio di accettare conseguenze e contraddizioni, nasce la creazione. Un processo creativo che diventa

«un brulicare invisibile di intuizioni, domande, desideri e inquietudini che a un certo punto trova un ritmo e una forma»

Finanche a diventare una stella danzante.

Ho voluto inserire tutta la citazione perché la trovo talmente idilliaca e sensibile da restare impressa.

( –Perlomeno, così è stato per me. PreparateVi a perdonarmi, casomai dovessi risultarVi un po’ più emotiva. Potrebbe essere solo l’età, oppure la scelta consapevole di portare all’attenzione cose belle come le emozioni oltre l’odio. Di quello, ce n’é già abbastanza in giro. n.d.r- )

La mappa segreta fra stelle e poesia: per un “nuovo Umanesimo”

Dalla volontà generatrice, dunque, si creano quelle stelle, i legami profondi, che si intrecciano fra passato, presente e futuro. Nella luce di chi resta, se non fisicamente, nel cuore.

La speranza, in questa mappa segreta ideale di incontri nuovi e nella memoria, è offrire qualcosa di più universale che il pubblico voglia condividere.

Il teatro, per sua natura, è un viaggio che non si può fare da soli. Servono reciprocità e fiducia, e al Parenti sanno che i milanesi sono pronti a donarle.

Shammah si auspica di incontrare quelle stelle ad indicare la strada, e una di esse conduce ad un “nuovo Umanesimo”, dove la fiducia nell’uomo è al contempo leggere, intelleggere e proporre soluzioni.

Una stagione monumentale con oltre 700 serate e 100 titoli in scena

Il numero di spettacoli presentati è pressoché impressionante, ben oltre i 100. Un’esorbità di serate che mette una certa soggezione: oltre 700 serate, di cui circa 20 produzioni interne e 20 ospitate.

Si parte con l’amatissimo Filippo Timi, a lungo protagonista della storia recente del Parenti, questa sera, in scena fino al 27, e il suo “Amleto²”. Spettacolo cult in una delirante versione del tormentato non eroe Shakespeariano super pop, in cui appare svogliato, in conflitto con la sua tragedia già scritta, e persino elogiatore della follia.

Fausto Cabra porta sulla scena il suo “Conte di Montecristo” di Melchionne, realizzato in coproduzione con il Teatro Stabile di Catania. Il quesito che porta, di questi tempi, si fa decisamente contemporaneo. Fino a quando è lecito per una vittima esercitare il risarcimento morale? Quando si diventa, invece, carnefici, mostri?

Ospiti illustri sono, fra gli altri, Lino Guanciale, Valentina Picello, Davide Sacco.

Ognuno svela un po’ di ciò che farà vivere sul palco. Senza dimenticare la scelta di portare storie semplici, eppure universali e con un’idea precisa. L’opera di Andrea Piazza con la Picello “Dove non mi hai portata” è tratta dalla storia vera vincitrice dello Strega. Essa spiega come oggi sia complesso il tema della famiglia. «Esserlo -afferma lei- è un gioco di resistenza.»

Auto-ironico e pungente, Francesco Brandi (“Confesso che ho vissuto“) di sé dice di non essere esattamente una stella danzante. Anche se sul palco ballerà, scherza. Ma aggiunge anche «al l massimo sono un caos», anticipando che il suo racconto è una storia d’amore.

Vogel e gli altri, una ricerca di amore e memoria: «siamo tutti una grande famiglia aperta»

In merito alla famiglia, Raphael Tobia Vogel, figlio della Shammah, ha in programma film e tre spettacoli. Uno è l’interessante “The Cost of Living”, che affronta il tema di disabilità e “normalità”.

Storie di caregiver improvvisati giocoforza che si mescolano con fragilità economiche. Si scontrano anche con ricchezza e possibilità di studi, “ripagate”in maniera beffarda dalla vita con una tetraplegia.

La storia si concentra, fondamentalmente, sul vero costo della vita di oggi. Che non si limita alla spesa economica, ma che ne tocca e inquisisce, ferisce spesso infierendo, la qualità.

Un invito a non dare per scontato l’ordinario. Egualmente, a preservare il valore intimo, reciproco di quell’atto di amore che è prendersi cura di un altro essere umano.

Sovente confuso con odio superficiale, che è, in verità, frustrazione dettata da impotenza e dolore.

Orgoglioso neo-papà, Vogel riporta sul palco e in tournée la sua “Reginetta di Leenane” con Ivana Monti e Ambra Angiolini. Un rapporto di amore famigliare malato e tossico madre figlia che non può che espiarsi con l’eliminazione dell’altra. O della parte di sé che resta, in quell’altra, perdendo anche se stesse.

Raphael, in divertito battibecco con la madre, si limita a ri-svelare poi “Costellazioni“, recitato in lingua inglese. Spiega l’amore inteso nella fisica quantistica in un tempo non tempo. Un riassunto del caos di eventi che condizionano i percorsi autoaffermativi umani.

Parallelamente, “Marjorie Prime“, si addentra nell’AI e nella memoria. Sara Bertelà vestirà eccezionalmente le vesti di un’80enne. Sostituendo così la Monti. Scritto ai tempi della pandemia, così virtualmente vicina nei ricordi dolorosi, ma lontanissima in termini di fantascienza.

Classici, ma non troppo

Non mancheranno classici e grandi storie, come “Il mio nome è Maria Stuarda” con Marina Rocco. Peculiari, saranno le versioni a cui si potrà assistere. Infatti, ci sarà un “Riccardo III” (di Andrea Chiodi) in cui a interpretarlo sarà Maria Paiato. Si prospetta una regia fuori dal consueto quella del “Berretto a Sonagli” di Andrea Baracco con Silvio Orlando, e il Beckett del Finale di partita di Gabriele Russo.

Giorgio Sangati trasforma “Le smanie della Villeggiatura” goldoniane in smanie dell’apparenza.

Diego Pleuteri e il suo Godot con tre animaletti ad attendere il loro god-human, attira molto la mia attenzione. Nello specifico, s’intitola “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti”. Progetti valevoli internazionali arricchiscono la scelta.

Il viaggio e la tematica della Grande Età

Ci saranno, fra l’altro, più opere sul tema dell’Odissea.

In merito ad essa, chiariscono dalla direzione, che «ci avevano pensato anche prima di Nolan»( -un momento gioviale è sempre ottimo legante n.d.r.- ). Dello stesso filone vi sono “Nessuno. Le avventure di Ulisse” di Daniele Finzi Pasca con Stefano Accorsi e “Odissea” di Mario Perrotta che rende protagonista Telemaco, invece che Ulisse. E lo fa spostando anche la sua Itaca in Salento, nel piccolo paese di Tricase. Non ultimo, “Odysseia, il Suono di Ulisse” di D’Ambrosi, parte della trilogia del Teatro Patologico.

Il mito torna anche con Gabriele Vacis, presente in Terrazza nonostante un problema alla gamba.

Con i suoi ragazzi di PoEM (Potenziali Evocati Multimediali), ex allievi dello Stabile di Torino e loro docente, porta una messinscena di “Prometeo” e “Antigone e i Suoi Fratelli”. Probabilmente in modo differente rispetto a spettacoli come quelli di Kerkìs, raccontano il problema di giovani e adulti.

Ciò, entro una dinamica in cui i vecchi si prendono cura dei giovani e viceversa.

Sempre di mito parla “Guerre d’Hecube”, spettacolo che giunge dal ontano Senegal, diretto dal commosso Massimo Luconi.

Giovani sono pure gli attori del Teatro Patologico, alcuni affetti da disabilità -come quelli di Campo Teatrale- che nella loro trilogia ridanno vita a un “Pinocchio, Favola alla Rovescia“, e alla “Divina Commedia“.

Elencare tutti i titoli, ça va sans dire, sarebbe impossibile, ma ne menziono altri indubbiamente da inserire nel Vostro calendario.

I titoli dedicati all’anzianità

Ovviamente, lo storico spettacolo di Shammah, “Chi come me”.

Inoltre, “Terzo Tempo” di Paolo Hendel – Lucia Vasini e “Un anno di meno, un anno di più” di Shammah e Gioele Dix.

Elegantissimo, l’attore tiene ad aprire su un’esperienza personale che lo ha portato alla storia. Vedere il padre, affetto da Alzheimer, lo ha portato a riflettere sulla percezione del tempo. Ogni anno che trascorriamo, ci avvicina alla fine. Ma, paradossalmente, ci può portare a un anno in più da vivere al meglio.

“Lezione d’Amore. Sinfonia di un incontro”, di Andrée Ruth Shammah con Milena Vukotic, e il giovanissimo Federico De Giacomo, che conclude l’intensa conferenza elogiando e ringraziando la regista che lo fece debuttare, quattordicenne.

Le collaborazioni:

La Fondazione Garzanti Ravasi

Questi titoli, come “Confesso che ho vissuto”, “L’Ultimo Nastro di Krapp” di Roberto Andò e il “Marjorie” Vogeliano, entrano nel progetto “La Grande Età”, una rassegna culturale che rappresenta l’impegno verso quelle generazioni spesso dimenticate dai ritmi in corsa della nostra società.

La longevità, i grandi anziani, rappresentano un tema e una sfida da affrontare con un nuovo approccio. Contrariamente al passato, benché si desse loro il giusto riconoscimento, occorre impegnarsi a sensibilizzare le persone.

Vederle non solo come pesi sociali, ma come risorse. Testimonianze preziose. Per non dimenticare, e auspicabilmente, per imparare a ricordare, contesti, stili di vita, storie di un’unica grande storia. Quella che attraversa l’uomo e, di contro, si concentra nei frammenti di zona.

La Fondazione Ravasi Garzanti, impegnata nel miglioramento della qualità della vita dei “nonni”, offre una partnership col Parenti.

Shammah ha in programma estivo il “Festival de LA GRANDE ETÀ”. Si tratta di un progetto ambizioso in cui invita le realtà teatrali e culturali di Milano a offrire per un giorno dedicato agli anziani.

Una riduzione delle tariffe, uno spettacolo a tema, l’apertura straordinaria delle sale o delle prove, un’attività nelle RSA, non c’è limite al modo di aderire. Ciò che conta è la pluralità, così da creare una rete dove non si lascia, concretamente, indietro nessuno.

Proseguono, fra gli altri, laboratori di lettura e raccolta di testimonianze raccolte da giovani e meno giovani ai “nonni di tutti”, così come un format di interviste curato da Rosita Celentano.

Vien da sé come in tutto questo, il filone universale per resistere, alle famigli disfunzionali come alle situazioni tremende, assurde o tremendamente assurde, come sempre, è l’amore.

Io aggiungo che oggi più di ieri,

ìè l’amore il più grande gesto di ribellione di tutti.

Intesa San Paolo e la rete teatrale: Longhi e Li Cauli dal Piccolo

Tornando allo svolgimento dell’evento, si è partiti prima con i ringraziamenti alle istituzioni e importanti figure del mondo economico, giuridico e politico: Andrea Lecce (Direzione Impact, prima banca italiana del Terzo Settore di Intesa Sanpaolo), l’Avvocato Mario Cera e l’Assessore alla Cultura di Milano, Tommaso Sacchi, oltre ai già enunciati numerosi registi e attori. L’impegno delle Fondazioni per la cultura è notevole, e lo si evince dagli elogi all’organizzazione.

Cera spiega di essersi innamorato come presidente, fra l’altro, di Fondazione Banco di Lombardia, dell’idea proposta da Shammah per un nuovo polo culturale nella zona del Pavese, a cura del Parenti.

Scopo dell’ente è offrire attenzione alle piccole realtà, che in questo caso offrono oppurtunità locali. Nel distaccamento, vi sarà uno spazio teatrale con laboratori e una serie di stanze ad uso foresteria, come anche in sede centrale, pensato per gli attori in trasferta.

Senza svelare troppo, spiega che grazie alla grande tenacia e costanza della teatrante, a Bereguardo nascerà entro fine 2027 “misteri del teatro” (titolo in forse?).

In sintesi, l’impegno è creare una bottega di mestieri dell’arte.

Il Parenti coopererà, in aggiunta, con lo Stabile di Catania in una rete artistica lungo l’asse chiave del Mediterraneo, come un teatro comune.

Shammah li definisce progetti che danno senso al futuro, ma che nascono da lontano.

In questo lontano, c’è la presenza in prima fila di Claudio Longhi e Gianfranco Li Cauli, direttori del Piccolo Teatro di Milano. Vedere gli occhi commossi della direttrice di ferro è intenso.

Rappresentazione, questa, di una rete teatrale cittadina coesa e collaborativa, oltre che un’amicizia radicata.

Si valorizza l’unicuum del Parenti che ha influenzato altri teatri come lo Stabile della Toscana, di cui Sacchi è stato in precedenza direttore.

Lo stesso Assessore, in particolare, seguito dai presenti, menziona con lode “la prodezza “di Corrado D’Elia col Teatro Corvetto. Non dimentica nemmeno di rivolgergli un grande augurio per questa nuova impresa.

Che, come il Franco Parenti, possa diventare un teatro che si muove. Capace di unire città e vita in un connubio sacro.

Le PierLombarde e “I Piccoli Parenti”

Altra caratteristica peculiare sono le serate “Pierlombarde“, che comprendono letture, dialoghi e concerti, con un’unica replica.

Fra esse, spiccano gli appuntamenti per la Festa d’Autunno, il 4 Ottobre, gli incontri di attualità e riflessione con Umberto Galimberti, Claudia Gerini, Walter Veltroni, Corrado Augias, Andrea Pezzi e lo spettacolo internazionale del Teatro NOH -“Fukuro Yamabushi e Funa-Benkei”. Infine, nel centenario della morte di Emilio Tadini, va in scena La deposizione di Tadini” di Oliva, in cui il pubblico è chiamato a partecipare al giudizio finale.

Come se non bastasse ( -no, se Ve lo state chiedendo, non ci sono davvero scuse per non assistere ad almeno uno spettacolo n.d.r.- ) alla fittissima agenda , si aggiungono le produzioni per ragazzi, ovvero “i Piccoli Parenti”

25 spettacoli under 13 che affrontano il caos fra paure, ansie, scoperte e sogni che caratterizza la crescita. Anche qui, alla ricerca della propria stella danzante.

Nota: ritroveremo qui anche il sopracitato Cividati in qualità di regista (“Bullet Catch“)

Una storia lunga 55 anni e la Cittadella del Teatro

La realtà in Pier Lombardo è, dal lontano 1972, un appuntamento chiave per la vita culturale della sua polis.

Nacque più di mezzo secolo fa per volontà della regista, “figlia del Piccolo” insieme al suo Franco Parenti e ai celebri Giovanni Testori, Gianmaurizio Fercioni e Dante Isella.

Ad oggi, l’allora Salone è il primo teatro pubblico milanese, pur restando a gestione privata.

Il Franco Parenti è l’estensione perfetta fatta a teatro dell’instancabile fucina di idee curata da Andrée.

Shammah ha realizzato un piccolo grande miracolo, assieme alla riqualificazione dell’ex complesso della piscina Caimi. Che, completato il progetto, è diventato sede dei curatissimi e raffinati Bagni Misteriosi .

L’omaggio è all’opera di De Chirico in Triennale. Ode alla metafisica e al valore di uno spazio -non luogo- senza tempo. in cui o spirito libero, poetico e surreale dell’opera corpo mente che dona il teatro).

Per citare nuovamente i greci, quello che è oggi rappresenta un’agorà culturale.

Il teatro sta dando vita ad una cittadella teatrale, con un largo dedicato al compianto Franco Parenti e un grazioso giardino segreto. Oltre 600mq di stabile che in estate ha preso nuova forma, per ospitare nuovi workshop.

L’architettura finale è la realizzazione di una copertura a vetrate lungo un unico camminamento che colleghi teatro-palazzina- terrazze e le piscine dei Bagni

L’ultimo regalo: Largo Franco Parenti

Naturalmente, il nome di questo complesso, sarà Largo Franco Parenti. E qui gli occhi lucidi non si asciugano così velocemente… la commozione prende il là. Perché il teatro è vita ed emozione svelata, recitata e mai finta.

Nel salire le scale per la terrazza, mi soffermo in quel punto di passaggio. C’è un’altalena.

La osservo anche nel tragitto inverso. Penso a quella corda legata ad un semplice pezzo di legno. Un oggetto che verrebbe voglia di utilizzare. Diventa immagine, riflesso del bene che impariamo fin da piccoli, quando qualcuno ci spinge, e pian piano iniziamo a farlo da soli. Fino a spingere un’altra persona e ad insegnarle come farlo in modo autonomo.

A mio parere, una bella parabola del lavoro di Andrée, Raphael che ne prenderà le veci, e di tutti coloro che solcano quegli spazi.

Il coraggio e l’amore per Milano, e per noi milanesi

Per concludere, Vi ho raccontato queste due conferenze – specchi di due teatri, due modi di guardare al futuro: tra rinascita, continuità, storie da mettere in scena e desideri, emerge il coraggio di perseguirli.
Mai tralasciando sacrificio, dedizione, e un briciolo di follia. Per iniziare, e per autoboicottarsi in quel momento in cui si vorrebbe mollare.
In nome di una forma di amore più grande.

Per la cultura e per quella grande piazza ai piedi della Madonnina che vuole integrarla nel suo tessuto urbano. Un sentimento generoso che i direttori D’Elia e Shammah, donano soprattutto ai loro concittadini.

Che ricambiano o si impegnano a farlo.
Non soltanto, si mettono in discussione, accettano persino il gioco del verosimile del palcoscenico.
Con quello stesso amore, ora tocca a noi vivere quella cultura e inseguire i nostri desideri.
Pur nel nostro caos, lasciandoli svolazzare come piccoli corvi, portatori sani (secondo il mito scandinavo) di conoscenza e perspicacia. Librati – o, magari, puramente liberi-. Così da ritrovare stelle danzanti.
Sul palco, come nella nostra vita.

PS: insolitamente, Vi informo che domani sarò felicissima di presenziare alla Prima nazionale. Per meglio dire, quella “Prima Prima” di un teatro. Assisterò al debutto di “Novecento” con Corrado D’Elia.
Se mai voleste salutarmi, individuate una bionda scompigliata, probabilmente con la coda e degli immancabili occhiali da sole con un’improbabile phonecase con Pegaso (Hercules nel cuore)… Altrimenti, scriveteci nei commenti. Noi di MilanoTeatri siamo sempre lieti di confrontarci sugli spettacoli!

Teatro Corvetto
Viale Lucania, 18 – Milano
www.teatrocorvetto.it
Dal 23 Settembre


Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14 – Milano
www.teatrofrancoparenti.it
Dal 22 Settembre


Immagini dalle presentazioni.
(Credits: Veronica Fino)

About Veronica Fino 17 Articles
Veronica Fino, classe 1983, Milanese di nascita e convinzione ODG Lombardia, Direttivo GATaL Lombardia, autrice, planner, Social Event e Media Management. Scrivo, leggo, descrivo, dipingo, organizzo, fotografo, non sempre con il medesimo ordine.

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