Recensione: “Agamennone”

agamennone
foto Manuela Giusto

C’è qualcosa, nella tragedia, che continua a capitalizzare la nostra attenzione. Qualcosa di potente, una forza atavica, un grumo di sangue e divinità con la stessa forza che i feromoni hanno, in natura, nel momento dell’accoppiamento, anzi, di più. Lo sa bene l’autore, Fabrizio Sinisi, che prende la casa degli Atridi ed il testo originale, trattandoli come se fossero una deflagrante nitroglicerina. Il ritorno di Agamennone – un vieux roi, raisonneur suo malgrado, bloccato in un’invisibile maschera di ferro di pirandelliana memoria –  gioca pigramente la partita a scacchi del potere, portando la peste della guerra all’interno del campo di battaglia endogamico. In un paesaggio scenico essenziale, il letto è l’oggetto che diventa l’ara sacrificale, elemento catartico senza le finezze o gli arabeschi razionali del lettino freudiano. Tutto è tremendamente vero; anche quando i personaggi mentono, dicono la verità, come Tony Montana in Scarface. Il potere, con buona pace di Andreotti, logora prima di tutto chi ce l’ha, e gli mangia l’anima più della paura fassbinderiana.

L’implacabile homo homini lupus di Hobbes si mostra, in questa tragedia, in tutta la sua potenza dinamitarda. E Cassandra sembra essere una sorta di presenza metateatrale, un segno, un sintomo di questa nevrosi del potere, che pare comunicare dai remoti abissi di un inconscio collettivo. E l’amor fati auspicato da Nietzsche diventa odium fati, un tentativo di puntare i piedi nei confronti del proprio destino. Forse, la massima nietzschiana è abbracciata verso il finale proprio da Agamennone, il quale  invita, seguendo il copione di una passione cristica, Clitennestra a fare quello che deve fare. Il vero segreto di questa ricetta teatrale, sapientemente cucinata dal regista Gianluigi Fogacci, è quello di rendere  personaggi più vicini della nostra giugulare, un interno borghese di una cronaca nera. Riesce a mostrare tutta la naturalezza con cui i fiori del male possono sbocciare alla corte di Argo, con la stessa normalità con cui potrebbero farlo in un condominio di qualche contemporanea, pigra cittadina di provincia.

Ogni scena reca in sé la dolorosa fatica con cui i personaggi portano i fili governati dai marionettisti divini. Il copione, sul palcoscenico, diventa un gioco infinito di specchi, e l’io di Agamennone, di Clitennestra e di Cassandra, ricorda quella meravigliosa definizione dell’inconscio data da Freud: “quell’uomo che cammina velocemente davanti a me, di cui posso intravedere solo la nuca e le spalle”. Maddalena Crippa abita il personaggio di Clitennestra con una naturalezza estrema, e fonemi pastosi, grattati, arricchiti dal bon sens di una lombardità che va dritto al punto,  senza sconti e senza fronzoli. Incede sicura in scena, e si fa largo tra gli invisibili ostacoli degli dèi, lei dea orgogliosamente umana, troppo umana, per esprimersi in tutta la sua immediatezza; come nel finale in cui prende una sedia, si rivolge direttamente al pubblico e dimostra che si fa teatro anche semplicemente con un corpo ed una voce, e che voce.

Sergio Basile, nei panni del re Agamennone, riesce ad esprimere tutta la logorante nevrosi del potere: porta i pesi metafisici delle sue scelte, molto più massacranti dei gravi concreti, e davanti ai suoi occhi c’è lo spettro di sua figlia Ifigenia sacrificata, come quello di Banquo davanti agli occhi di Macbeth. La sua voce dolorosa, ferita, ha dentro tutta la eco dell’orrore della guerra; egli si prepara, come Kurtz, ad essere agnello sacrificale in questo cuore di tenebra tragico. Non ha nemmeno la medicina di una voluta e cosciente follia alla re Lear a consolarlo, ma solo il tagliente filo delle lame dei suoi ragionamenti, con cui si ferisce come a rasoiate. Emilia Scatigno rende tutta la sciamanica forza del personaggio di Cassandra, che ha l’acre sapore divino addosso, e danza balli biomeccanici e futuristici. Incarna, con l’esattezza di un perfetto ingranaggio a orologeria, la malattia della verità. E rende tutta la ribellione corporea alla voce del dio che la abita, tramite convulsioni, movimenti involontari, suoni molto al di qua e al di là del verbale; vorrebbe strapparsi di dosso, con le unghie e con i denti, i fili che la legano al suo destino. Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoli sono un efficace coro, portato alla dimensione essenziale della dualità. Sono Rosencrantz e Guilderstern, cui è stato fatto assaggiare il male; dopo aver sentito il retrogusto metallico di argento ossidato, l’hanno trovato gradevole, perché la tragedia è, da sempre un esaltatore della sapidità della vita. Insomma, il finale è un’implacabile 6-0, 6-0, 6-0, e gli spettator, a bordo campo, non possono far altro che applaudire.

Danilo Caravà

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