Lo spettacolo d’esordio del Teatro Corvetto è una favola commovente dalla geometria perfetta
Di Veronica Fino
Cari Amici di ProfAmà,
Il 23 settembre scorso è andata in scena la prima vera Prima con il debutto di Novecento, diretto e interpretato da Corrado D’Elia.
Nell’ultimo pezzo della nostra rubrica, Vi ho raccontato della nascita del Teatro Corvetto voluta dall’artista e da Teatri Possibili.
Non sarà, questo, né una recensione nel senso ordinario del termine, né un lunghissimo approfondimento.
Piuttosto, mi limiterò –spero– a farVi percepire un po’ di quella bellezza che ho sentito io, sedendomi in sala, a luci spente. Con un palco e pochissimi oggetti. Abbastanza per amplificare la figura del protagonista.
Del monologo, Novecento. E dello stesso D’Elia.
Potente nelle sue fragilità.
Come ogni grande artista.
Per il resto…
Buona lettura,
Veronica
Il doppio debutto di Novecento
Come anticipatoVi, il 23 settembre, al Teatro Corvetto (ex Politeatro) Corrado D’Elia ha portato in scena il suo “Novecento“, capolavoro di Alessandro Baricco.
Un piccolo momento portentoso dal palcoscenico di un nuovo teatro di prossimità.
Duecento persone, tanti quanti i posti disponibili, hanno visto una sala tornare a lustro e riprendere vita, grazie a una ristrutturazione intelligente.
In sintesi, un doppio debutto ufficiale: per D’Elia su quel palco, e per quel palco stesso. Per questo, l’emozione di essere presente a un momento così importante è tanta.
Del resto, lo è prima di tutto per la cultura della nostra Milano, che era pure in clima di sfarzo e fashion pro skinny e pro Quarto.
Ed esattamente per questo, spettacoli come Novecento sono una ventata di freschezza.
Come quella che, sera dopo sera, ci costringe ad avvolgerci.
In un indumento: il trench nero di D’Elia, che richiama l’eleganza senza tempo. In particolare, all’inizio del Novecento, periodo in cui è ambientato il lungo monologo.
O in una coperta. Del tipo di quelle che sto usando mentre il leggero ticchettio della tastiera si ferma, al ritmo di un sorso di tisana. ( –Grazie, Direttore! Occasione del tutto fuori contesto: ormai lo avete capito. Riguardo a quest’ultimo, MilanoTeatri è un’ispirazione, per chiunque ami teatro e cultura. -n.d.r.-)
Coperta d’Autunno
Per me, e sono certa anche per molti di Voi, un teatro rappresenta quella copertina che ci avvolge e ci fa sentire al sicuro. Il luogo dove tutto è falso, eppure incredibilmente verosimile allo stesso tempo. Dove tutto è, potenzialmente, universale.
Dopo la conferenza stampa del Corvetto, mi appuntai una riflessione in merito.
Ora che l’Estate è ufficialmente conclusa e l’Autunno si affaccia, timoroso e rispettoso della stagione di lui poco più grande, vorrei condividerla con Voi.
In fin dei conti, parlare – del Corvetto di D’Elia o di qualsiasi altro teatro – richiama il tema della stagionalità.
«Settembre racchiude in sé un ciclo di vita che apre sul finire dell’estate e raccoglie i frutti del lavoro fatto a primavera, e getta quelli che saranno i nuovi semi che accompagneranno autunno e inverno.
Semi della terra, come dell’arte e del pensiero.
Settembre è…
Ripartire
Riprendere
Rinascere»
È accaduto con quello che era il Politeatro di viale Lucania.
Da quello spazio all’ombra di un campanile nasce una nuova realtà a Milano. Un teatro con un’identità viva e sogni ben precisi. Essere per tutti, con tutti. Profondamente convinta che il Teatro Corvetto volerà molto lontano, e che se ne parlerà molto.
Con Novecento salpiamo in un turbinio di emozioni
Come una grande nave che salpa, il Corvetto parte con un turbinio di emozioni.
Novecento di Alessandro Baricco racconta la vita di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, un pianista nato e cresciuto sul transatlantico Virginian.
Abbandonato appena nato, viene trovato dal marinaio Danny Boodman, che lo cresce come un figlio.
Dopo la morte di Danny, Novecento scopre il suo straordinario talento per il pianoforte e diventa il musicista della nave. Qui conosce Tim Tooney, che diventa il suo migliore amico.
La sua fama cresce fino a quando il pianista Jelly Roll Morton lo sfida in una gara musicale, che Novecento riesce a vincere.
Nonostante abbia la possibilità di scendere a terra e iniziare una nuova vita, Novecento non riesce a lasciare il Virginian.
Un orizzonte troppo grande per Danny Boodman T.D. Lemon Novecento
Per lui, la nave rappresenta il suo mondo e la sua sicurezza. Al contrario, la terraferma è un luogo ignoto. Troppo grande, pieno di possibilità, e senza certezze o stabilità.
E qui sta anche l’unicità del grottesco: Novecento vive sopra all’acqua, che muta costantemente, per sua stessa definizione instabile.
Eppure, riesce a non far muovere una sigaretta, suonando seduto a quel piano.
La stabilità, per lui, è quella. Un costante incostante, potremmo ardire. Una realtà assolutamente straordinaria. Come, del resto, è la sua storia.
Quando il transatlantico deve essere distrutto, Tim torna per convincere l’amico a salvarsi, ma Novecento sceglie di rimanere a bordo.
Decide consapevolmente, sapendo di perire nell’esplosione. Ma nonostante ciò, è sereno. Non è, quindi, né disperato né terrorizzato. O meglio, lo è meno rispetto a quanto provato dall’enormità senza fine percepita su quel terzo gradino, col suo bel cappotto color cammello. Dono dell’amico Tim.
La sua salvezza segue la sua logica: se la terraferma è l’infinito, ergo ingestibile, la nave, che è il suo mondo, è la sola misura entro cui sopravvivere. Affronta la morte inevitabile con una sorta di titanismo leopardiano, in una chiave tutta sua.
In un grande oceano fra musica, destino e scelta di autoaffermazione, resta l’Amicizia
Novecento parla con una forma di poesia. D’Elia gli dona un tono che trasmette pace dopo una tempesta emotiva. Gli restituisce una grande forza gentile, attraverso la quale traspare la premura affinché il suo vecchio compagno Tim si salvi.
Dimostra come, benché prossimo alla sua distruzione, la voce di Novecento divenga una forza di autoaffermazione.
Quella di chi resta coerente con le proprie scelte, anche se gli altri non riescono a comprenderle.
Solo, nel buio del suo pianoforte – o forse del suo stesso piano per l’eternità – resta con la nave, fedele a quel suo mare, e mare di ricordi, che lo ha cullato fin dal primo giorno.
Percepiamo attraverso D’Elia tutto il dolore, la rassegnazione e, persino, l’ammirazione desolante per Novecento di Tim Tooney.
Lui, il narratore della storia, si arrende di fronte all’immensità del personaggio di cui ha raccontato la vita e fa tesoro della loro amicizia. Quel legame resta. Anche dopo che tutto naufraga.
Corrado D’Elia l’ha portato in scena dando a ogni personaggio una profondità e una caratura uniche.
Come nel libro di Baricco, egli riflette soprattutto su temi universali: libertà, amicizia, musica, scelte personali e rapporto tra uomo e destino.
Usando solo gesti, luci, scenografia essenziale quanto simbolica e memorabile, intonazioni e parola, ci porta nel salone del Virginian. Ci rapisce.
Le parole di Michele Faracci sullo spettacolo di Corrado D’Elia
A riguardo, Michele Faracci, grande uomo di teatro e a lungo Presidente di GATaL Lombardia (Gruppo Attività Teatrali amatoriali Lombardia – n.d.r.-), presente con me alla serata, ha voluto lasciare questo commento che desidero condividere con Voi:
«Grazie per questa serata di Teatro vero, incentrato sulla Parola, che con il sostegno della musica mi ha emozionato, per una interpretazione di grande intensità.
D’Elia mi ha trasportato come in una favola.»
In questa storia, Corrado è assolutamente incredibile.
Ci porta a vedere, sbirciare, salpare sul Virginian.
Noi spettatori viviamo contemporaneamente la storia del pianista leggendario attraverso il ricordo e la musica che si ode. Cogliamo le sfaccettature della sua amicizia idilliaca e imperfetta, nonché struggente, con Tim Tooney.
Prima ancora, quella con il marinaio che gli fece da padre.
Sentiamo l’affetto, scherziamo e sorridiamo alle battute fra loro, speriamo quei tre gradini diventino altri. Addirittura, sfidiamo chi sfida Danny Boodman T.D. Lemon Novecento.
Gridiamo con il regista e attore all’ilare richiamo metaforico a chiodi e quadri.
A quell’attesa.
Ascoltiamo e ci facciamo trasportare dal moto emotivo della musica. E, infine, scopriamo il dolore che a volte si cela dietro.
Alle modalità di reagire, esattamente come alle scelte che percepiamo come “folli”. Magari solo perché non le capiamo appieno, eppure hanno le loro motivazioni per esistere, sussistere e, persino, per smettere di esistere. Fisicamente, almeno.
Una favola “corale”
Senza renderci conto, ci commuoviamo in un lirismo scenico e visivo, con le lacrime dell’attore, più ancora che del protagonista.
Diventa quasi un’opera partecipata, corale.
In qualche modo, parte di noi resta con lui su quella nave, mentre l’altra vorrebbe consolare quell’amico fedele che tanto ha provato a salvare il musicista. E che, alla fine, è stato inconsapevolmente salvato.
(Oggi, diciamocelo, trovarne è talmente dura che emoziona osservare questi rapporti profondi).
Una favola commovente, dunque. Io aggiungo che questa versione di Novecento smuove delle corde emotive esattamente come un pianista suona la musica.
Con quelle mani che scivolano fra 88 tasti, con l’infinità di note che essi possono creare.
Gioiello assoluto.
Tenetelo a mente quando andrete al Corvetto. Vi sentirete come in un porto sicuro, prossimi a una nuova avventura.


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