Recensione: “Alcesti”

alcesti
foto Alessandro Saletta

Alcesti è un po’ come l’essere di Parmenide, è qualcosa di per sé evidente che non può essere negato, e anche facendolo si finisce coll’affermarlo. Sul palcoscenico fa mostra di sé una skenè aperta, ferita dalla vicenda che racconta, un varco attraverso il quale l’inconscio si può raccontare, mediante la metafora teatrale, l’indicibile diventa dicibile. Alcesti muore, prima del re di Ionesco, e muore consapevolmente, si sacrifica per suo marito, sorride dolorosamente, di rimando, stoicamente alla morte come suggerito da Marc’Aurelio. Vive la sua volontaria dipartita al pari di un Socrate, la narra a se stessa e a chi la circonda, ci rende partecipi del suo male, della grande bua, come la definiva Gassman, è il medico del film bergmaniano L’uovo di serpente che osserva il suo venir meno allo specchio.

Alcesti infrange un tabù, esce dal luogo della rimozione della tragedia antica, si e ci psicanalizza senza sconti davanti alla platea. Admeto, nella sua dolente verticalità, prigioniero di un ego che lo divora come una metastasi spirituale, fatica ad inventarsi il ruolo di hero anche solo just for one day. Ci sono idealmente tutti gli spettatori nel suo personaggio, il suo pervicace, ma insieme sofferto, attaccamento allo scoglio del proprio esserci, la sua piccola e nietzschianamente troppo umana paura. E dove il trovare il coraggio se non nel simbolo del’osare oltremisura, della hybris che sfida ogni volta se stessa, ovvero in Ercole. Qui è un eroe in realtà, nella profonda e lungimirante, già psicanalitica, versione di Euripide, più che sofferto, tormentato dalle sue Erinni interiori, da un senso di colpa infinito per un uxoricidio. Ha il coraggio di esplorare il mondo di sotto, di guardare Ade da pari a pari, di cercare di elaborare in qualche modo il suo lutto e quello di Admeto. La sua forza va di pari passo alla sua fragilità, ed è giusta l’intuizione di farlo esprimere nella sua verità vocale, fatta anche di soffiati che non hanno nulla da invidiare ai pianissimo del pianoforte di Chopin. Riporta una donna velata, l’eterno dilemma pirandelliano dell’essere colei che si crede che sia, l‘ultima tappa necessaria per riconoscere e catarticamente liberarsi dal dolore del lutto. Mentre il quarto personaggio, il messaggero, il corifeo, l’alter ego dello spettatore, non si limita ad assistere alla vicenda, interagisce, porta con sé una testimonianza attiva, la voce di un dolore che tiene gli occhi ben aperti, che sprona il potere costituito ad avere la forza che dovrebbe avere.

È un super ego, lo stimolo a un etica che cerca pervicacemente di trovare ospitalità nella coscienza di un Admeto intento a leccarsi le sue ferite metafisiche, cercando di mercanteggiare con gli dei la sua invincibile paura. Tutto è tremendamente vero, anche il pianto materico fatto di liquidità e di aria umida dal naso, di sussulti, della luce che viene meno non si sa quale preciso orizzonte. Anche le voci sono se stesse, le laringi non portano bronzo, ma tutte le loro fisiologiche variazioni. Si documentano le anime dei personaggi, così come sono senza un filo di grasso o di damascati orpelli. Aristotele torna ad essere a meno di un soffio dello spettatore, in un soffiato degli interpreti, e il dolore può sublimarsi offrendosi sic et simpliciter, nella sua umanissima natura. Il regista Filippo Renda restituisce linfa vitale alla tragedia, spacca idealmente il tacco dei coturni, per far camminare la storia con verità. Permette alla platea di sentire ancora tutti gli umori del parto spirituale, socratico dei personaggi. L’attrice Irene Serini è un Alcesti vera, vera quanto il calore della luce di un faro da 5000. Offre al pubblico la sua danza di morte, quella di un cigno che ha ancora la forza di battere le ali, e guardare verso il cielo. Porta su di sé il peso di una doppia tragedia, la sua e quella mancata di Admeto. Interpreta anche con efficacia il padre Ferete, e fa risuonare con forza fonemi maschili, ventrali di un disperato e disperante amore per la vita, di un bene da cui non può separasi, aprendo con Admeto l’eterna psicanalitica dialettica tra genitore e figlio. Beppe Salmetti è un Admeto terribilmente consapevole della sua paura, fa il filo ai suoi fonemi, e si taglia immancabilmente l’anima ascoltando le sue stesse parole. Cerca di nascondere e mostra nei varchi, nei silenzi, nei sovrappensieri, nei momenti di crepatura spirituale delle battute, tutta la sua fragilità, e tutta la vergogna di un bambino invecchiato che fatica a condividere con altri il prezioso giocattolo della vita.

Luca Oldani è un Ercole che vive tutte le sue fatiche e patimenti interiori, rende partecipe la platea di tutto il fragile cristallo di cui è fatta la sua essenza. In ogni sua battuta è come se ci fosse il grido lancinante dell’elephant man di Lynch che afferma con lancinante forza la sua umanità. Questo Ercole ha decisamente un’anima sotto la sua pelle di leone, e ha conti in sospeso con l’umanità e la divinità, ma ha la forza di andare”tra la perduta gente” per recuperare Alcesti, e riveder le stelle. Infine Filippo Renda, oltre che regista, è il personaggio che si fa latore della voce del popolo, un corifeo la cui vocalità è fatta della stessa identica vocalità della platea con cui parla. Ha un ruolo efficace, mercuriale, in grado di rendere ancora più osmotica e permeabile la quarta parete. Gli abbondanti applausi finali sottolineano quanto questa tragedia abbia riconquistato la contemporanea agorà.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*