Recensione: “Le rane”

rane
Foto Luca Del Pià

La commedia è un cinebrivido che provoca piacevoli vibrazioni al bassoventre, per citare il linguaggio dei drughi, arriva immediatamente alla carne, a quella coscienza diffusa sparsa in tutto il corpo. La vita comincia a ridere sguaiatamente di fronte alla serietà divina, diventa il sorriso disegnato col sangue tragico, come nel Joker cinematografico. Tutto questo Marco Cacciola lo sa, e si percepisce quanto, in questo lavoro aristofanesco, ci sia l’urgenza di trovare il teatro e, soprattutto, il suo rapporto con la poleis.

L’intuizione geniale, l’insight in grado di sparigliare le carte, di risolvere la difficile equazione di una risata che accenda il cerino degli spettatori contemporanei, è risolta prima di tutto con la scelta di un Dioniso femminile, generoso nelle forme, al pari di una statuetta neolitica della dea madre, che possa incarnare la vita, la sua hybris immediata vissuta nel corpo, nella volontà di superare letteralmente i propri limiti. Si assiste alla messa in scena di un inedito nietzschiano, “nascita dalla commedia dallo spirito della musica”. Il dionisiaco si mostra ben oltre la formalità del gioco scenico, diventa quello a cui è da sempre predestinato, raggiunge la sua entelecheia, la sua causa finale, diviene un meraviglioso stimolante somatico in grado di elettrificare letteralmente la platea, di galvanizzare le rane aristofanesche, restituendo loro una vitalità estrema.

Si ha la sensazione che il punto di partenza del regista sia stato idealmente la frase pronunciate dall’Amleto mulleriano: “… in platea i morti di peste non muovono un dito”. E Cacciola ha voluto risvegliar la platea, farla muovere in una danza selvaggia, trovare la condivisione di un rito che non si limiti a bucare la quarta parete, ma che la abbatta fin da subito. Cade ogni dazio intellettualistico, fatto solitamente di arabescate consuetudini e formalità, perché ci sia una libera circolazione di sensazioni tra il palcoscenico e il pubblico. Il ritorno alla triade di attori iniziali è la necessario rasoio di Occam registico per mostrare l’essenza in purezza di questo insieme antico e contemporaneo teatro comico. E guardando gli interpreti si ha l’impressione di vedere scorrere tutti i secoli dello spirito comico passando dalla commedia dell’arte, al clown bianco all’augusto, al teatro di varietà, fino alla stand up comedy. Seduti sulla macchina del tempo di Wells in platea si riscopre il mutare dell’arsenale di armi della risata. Poi sopraggiunge un’altra intuizione, che lascerebbe anche Cartesio a bocca aperta, l’ingresso di un coro di cittadini di everymen, e di everywomen, di persone qualunque, scelte di sera in sera per meticciarsi col palcoscenico, per evitare che si rinnovi quell’accoppiamento incestuoso dei significanti e dei significati tra interprete e interprete, quel ristagno genetico dei contenuti.

Niente sarà più come prima, ed è proprio la poleis ad avere una funzione salvifica, a diventare il tafano socratico, a riportare tutti al cuore del testo del commediografo, ossia la struggente ricerca di una poesia in grado di salvare il mondo. Dunque la commedia sa anche farsi seria, sa portare in se il simbolo del tao, ed infatti Xantia e Dioniso sono dipinti rispettivamente di nero e di bianco. Il sipario-skenè si apre e mostra il sempiterno albero di Godot, quel segno essenziale, metafisico,di un tempo dell’attesa che ha perso tutte le foglie dietro le quali si nascondeva. Ed è bello scoprire Grotowski nella palude dello Stige, i corpi che non hanno bisogno di parola perché si fanno essi stessi parola, anzi l’aldilà della parola. Come dovrebbe accadere in ogni coro, cade la barriera tra io e io, ed emerge una realtà gruppale, una sorta di organismo pluricellulare capace di vivere nelle profondità degli abissi scenici. Euripide, Eschilo il cuore della poesia non si trova nell’Ade, in un passato irrecuperabile, ma proprio lì nella sala, tra cittadini che hanno tanto di quel cielo dentro, che rischia di far loro scoppiare i polmoni. Prima che diventino le lapidi del cimitero di campagna del poeta Thomas Grey, parti dell’elegia dell’”avrebbero potuto essere”, viene donato loro un microfono, viene lasciata la scena perché facciano tuonare i loro versi, che sanno di verità ed esistenza. Claudia Marsicano riesce nel miracolo di rendere un corpo importante leggero come una piuma, di indossarlo come si indossa la più eterea delle anime, di vestirsi degregorianamente d’oro e d’argento, e di volare tra la platea con la grazia delle sue battute. È l’abbraccio della vita, è la tabaccaia, la Saraghina, è la vampa che colora le guance per una forte emozione, per una bevuta, o per una danza frenetica. Matteo Ippolito è uno Xantia, un servo di Dioniso efficace, negli assist, nel costruire ed esplorare tutte le dinamiche dei giochi di scena con il partner e con la platea. Ha il sorriso nella carne, nel gesto e nella parola. Riesce nel difficile esercizio comico della semplicità e dell’immediatezza.

Gli altri interpreti letteralmente si abbandonano a questo gioco, vanno tranquillamente nel mare della comicità dove non si tocca, dove le regole si rovesciano, il linguaggio si libera, e ci si sporca le mani per disegnare un testo scenico senza la mediazione del pennello. L’immagine di un plastico del teatro abitato da piante e da grilli ci riporta immediatamente allo Stige, al modo paludato di tanto teatro di far finta di esistere. Eppure è così semplice, come ci dimostra il regista, prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo nel girotondo felliniano, nel gioco insieme serio e poetico del fare teatro (non a caso l’etimo della parola poesia si rifà al “fare”). Gli applausi del finale sono davvero uno sciogliersi di una catarsi, di una liberazione per un teatro che ritrova la sua anima e la sua ragion d’essere.

Danilo Caravà

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