Recensione: “Nel tempo che ci resta”

Foto Laila Pozzo

César Brie compare in scena, ed è un antico aedo, un Omero sudamericano che canta dolorosamente quanti “lutti addusse agli achei” la mafia. Il miracolo di avere la perfetta sovrimpressione fonetica della voce del racconto e dell’azione vive nella sua recitazione. Quell’accento spagnolo barricato dagli anni di palcoscenico, scende giù come una sorsata di rhum e ti scalda la gola e l’anima insieme. Parla degli eroi dell’antimafia Falcone e Borsellino, delle loro compagne, tragicamente segnate dal loro destino, al pari delle le troiane euripidee. Fa incarnare agli interpreti questi personaggi dando loro il profumo della Sicilia, delle zagare, ma anche del tritolo e del sangue di quella terra.

Per Brie, regista ed autore del testo, che si ritaglia la parte di Tommaso Buscetta, gli oggetti di scena non sono semplici oggetti, sono pieni di dei come quelli di Talete, sono intrisi delle storie che vengono raccontate e vissute intorno a loro. Cravatte, camice insanguinate, bidoni, arance, bicchieri di plastica sono lì pronti a diventare agnelli sacrificali, a recitare la loro parte, a diventare sul palcoscenico soggetti, intrisi di esistenza, e pronti a restituirla alla platea. La scenografia è vita distillata, persino le lamiere, che i personaggi si portano sulle spalle, parlano con la loro voce, urlano con la loro laringe metallica il loro dolore. E il basculare di una tanica diventa idealmente il monologo di un Riccardo III o di un Macbeth, di un re shakespeariano che chiude con un tono cupo, grave, i suoi conti col destino. Graffia, eccome se continua a graffiare questo teatro che usa l’inchiostro rosso per scriversi sulla scena.

Vedendo personaggi schierati sul proscenio si ha la netta impressione di assistere ad un paradossale, surreale ribaltamento dell’istruttoria di Peter Weiss, dove si spara non solo sul pianista, ma anche sul magistrato. E il lutto, oltre che a Elettra, si addice allo Stato che, come ricorda Brie, sembra bravo solo nel concertare i funerali. La tragedia è così presente, così reale, che si potrebbe toccare, i tacchi diventano coturni, e le battute sono pugni prometeici levati contro il cielo, ma anche strazianti canti che vogliono far sentire l’odore di queste anime colpite a morte. E’ bello partecipare dalla platea al gesto di Ettore da parte di Falcone e Borsellino, all’intimità del loro amore che rende umani questi guerrieri contemporanei, mentre l’Achille mafioso ha già il dito pronto sul detonatore della bomba. Come l’eroe troiano si toglie l’elmo per non spaventare Astianatte, così i magistrati mostrano se stessi senza un filo di retorica o di mito, umani, fortunatamente e con buona pace di Nietzsche, troppo umani per un mondo che vende sul mercato azionario le ultime vestigia di umanità.

L’attore Marco Colombo Bolla è un Borsellino che ha cavità cardiache in ogni fonema, si lascia dipingere dal sangue della sua tragedia, e rende la sua verticalità il legno di un albero che non si stanca e non si arrende alla guerra di un potente vento. L’attrice Elena D’Agnolo è la moglie di Borsellino, ha una voce calda, bassa, che sembra presa dal ventre della madre terra, la voce di un contrabbasso che incontra gli struggenti fraseggi jazz di un sax, i suoi fonemi hanno il catrame ed il fumo di nicotina di Tom Waits, è una corifeo che si staglia nel coro, e mette al servizio della tragedia il suo dire. L’interprete Rossella Guidotti incarna la moglie di Falcone, è, per scriverla alla De Andrè, un pettirosso da combattimento, uno scricciolo che ha forza da vendere nella voce e nel gesto. Canta quando la voce non basta per tradurre i moti dell’anima. Donato Nubile è Falcone, e ci sono momenti in cui i suoi fonemi sanno farsi teneri quanto la notte di Fitzgerald.

Lascia che l’anima del magistrato viva nel suo corpo, chiama a recitare le pause, persino gli intertizi tra le parole. E sa scrivere con la sua recitazione, le virgole, i punti di sospensione, e i punti esclamativi, battuti come un pugno sulla scrivania della più sordida e meschina burocrazia giudiziaria. E poi c’è lui Brie, presente come Buscetta, come spietato assassino di un moderno Astianatte, come narratore, come un Kantor, un osservatore stupito, attento e catturato, presente sulla scena che lui stesso ha costruito. Vuole ricordarci come tutto questo sia accaduto, come il teatro possa farsi necessaria memoria viva, civile e politica, in grado di risvegliare la poleis, nel modo in cui può farlo una secchiata di acqua ghiacciata sulla faccia. Si vive la tragedia facendone un’operazione a cuore aperto, mostrando quell’infarto miocardio della società, tutta la causticità incivile, infernale della malavita organizzata. E il titolo sembra rievocare quell’aforisma di Cioran che recita più o meno così: vivere è perdere terreno. E questa è la sensazione che rivivono, tramite gli interpreti, i magistrati, che rimangono strenuamente ancorati al loro palmo di terra di civiltà e giustizia, a quel pezzo di lamiera che è delle dimensioni giuste per diventare il coperchio della loro tomba, il cui rumore, ostinatamente e giustamente, Brie vuole imprimere nella memoria uditiva degli spettatori.

Danilo Caravà

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