Lo specchio di un camerino si propone, da subito, come simbolo potente del paradosso dell’identità, che, come insegna la buona psicologia, è sempre subordinata all’immagine esterna, all’altro da sé. L’identità è sdoppiamento, dunque porta già in sé il seme della schizofrenia. Questo Mephisto, riuscito, e terribilmente affascinante, adattamento teatrale del romanzo di Klaus Mann, è l’archetipo di ogni possibile declinazione del personaggio “uomo”. Impietosamente, tutto lo spettacolo sembra essere una lezione di anatomia dell’anima, in cui si mostrano le patologiche debolezze metafisiche che caratterizzano l’individualità. Nessuna migliore strada, per fare tutto ciò, che quella di un attore, incuneato negli ultimi lamenti della Repubblica di Weimar. Le luci cariche – ora violacee, rossastre, ora trasmutate nel celeste strehleriano, così adatto a “docciare” di realismo magico i personaggi -ben si adattano a questa tela tridimensionale, espressionista, da cabaret berlinese che arriva fino all’estremo sfottò, rivolto a se stesso.
La scelta di capitalizzare le luci sul palcoscenico rende perfetto il meccanismo di illuminazione della scatola magica, creando un’atmosfera sempre vagamente sospesa, onirica, mentale, mentre dei prosaici frontali esterni avrebbero schiacciato la storia in uno slavato e volgare iperrealismo. Invece, la scena diventa una sorta di cassa di risonanza dell’attore che gioca a fare l’attore, meraviglioso gioco degli specchi metateatrale. La natura proteiforme, camaleontica, istrionica del protagonista si adatta al tragico cambio politico, e il cerone può truccare, oltre che il viso, la morale e la coscienza civile. Questo Mephisto incarna idealmente il motto pirandelliano “essere è nulla, essere è farsi”. Ed è, dunque, tale processo a caratterizzare questo personaggio: il suo continuare a sfuggire, fotogramma dopo fotogramma, a qualunque fissità giudiziale. Vive continuamente un travaglio del negativo, e il suo sbozzolarsi dall’io precedente ha sempre, in sé, qualcosa di profondamente traumatico. Fra scatti elettrici da rana galvanica, mosse biomeccaniche e ruggiti, incarna una sorta di danza sacra, dionisiaca, necessaria perché egli si confronti con il suo eterno. Ed è, infatti, questa la parte mefistotelica, la meglio riuscita, la più applaudita, visto che diventa, naturalmente, lo psicodramma della sua personalissima battaglia interiore del video meliora, deteriora sequor.
Non a caso, il personaggio che lo mette in crisi è Amleto, ovvero il dubbio che assurge a metodo di vita, in grado di sciogliersi in una scelta tragica, definitiva. Mephisto è il re di quella che si potrebbe definire modulazione esistenziale. Prende in prestito, dall’omonima tecnica musicale, la strategia del continuo cambio di tonalità, in grado di prolungare la tensione e lo spasimo fino allo stremo, rimandando continuamente la risoluzione, il momento della catarsi. Potrebbe trovare una giusta definizione nell’uomo tragico che rifiuta il meccanismo della tragedia; ma, più che negarlo, lo inganna, se ne fa beffe. Bravissimo l’attore Woody Neri, a incarnare tutte le rifrazioni della luce psichica di questo personaggio, in grado di bonificare le forze centrifughe della personalità multipla nel gioco teatrale. E bravissimi, parimenti, gli interpreti che gli gravitano intorno, alla velocità rocambolesca di particelle subatomiche: Giuliana Vigogna, Gabriele Gasco, Rita Castaldo e Samuele Finocchiaro. L’amante modernamente transessuale, che rilancia nell’eros l’imperativo della maschera di Mephisto, l’amico attore impegnato politicamente, la moglie, un dio borghese troppo gracile per gli appetiti del protagonista, l’attricetta raccomandata da quel Göring che finirà con l’essere il vero Maligno con cui Mephisto, sdoppiatosi umanamente in Faust, firmerà il suo patto di dannazione. L’immagine del suo colloquio col Führer ha tutta la potenza del Grande fratello di Orwell: l’immagine gigantografata del dittatore domina la personalità del protagonista che, fatalmente, acquisisce connotati da entomologia kafkiana.
La finzione diventa la verità che, tramite il mascheramento, la metafora, il simbolo, trova il coraggio e la forza di mostrarsi. In definitiva, il fregolismo, sociale ed etico, di Mephisto è la malattia che rischia di essere entrata in una fase endemica di normalizzazione, mentre lo specchio sta ancora lì a indicare l’ultima visione, buio, fine.
Danilo Caravà
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