Recensione: “Tape – La Registrazione”

tape
foto Laila Pozzo

Riavvolgendo il nastro: nuovo che avanza o vecchio che rientra?

Jon, Vince, Amy, il triangolo no non l’avevo considerato cantava Renato Zero. Lo considera, invece, “Tape”, spettacolo che è andato in scena al teatro dei Filodrammatici, dal 5 al 22 marzo scorso. Tape registrare, e qui, si registrano diverse cose. Una registrazione, di fatto, di una generazione e di uno spaccato di vita e sociale. Si vive questo e molto di più, all’interno di Tape, riadattamento italiano dell’omonima opera del drammaturgo statunitense classe 67, Stephen Belber.

Tutto prende il via con la dimensione temporale inserita nel pieno della maturità scolastica, per poi far viaggiare il pubblico, in una stanza, di un motel nel Michigan . Jon e Vince, da ex studenti, sono ora i protagonisti della propria vita. Jon, Tommaso Amadio, è alle prese con la vocazione di una vita diventata, nel frattempo, professione: e’infatti regista. Vince, Umberto Terruso, al contrario, depone ogni suo afflato dentro il suo attaccamento all’alcol. È una registrazione completa, a tratti impietosa, di tutto quello che è stato prima, in cui la memoria, più che file rouge, è un filo spinato tra ricordi caustici, sospetti fondati, sensi di colpa, frammenti di passato esperiti più con la pancia e proprio per questo, mai effettivamente capiti per davvero. La disordinata stanza, diventa cosi’ una sgualcita monade leibniziana, senza porte né finestre. I piani del presente, uscire ed andare a cena, si trasformano, improvvisamente, in una soffocante ed ineludibile dietrologia. 

Vince, è li per andare a trovare proprio Jon, impegnato a partecipare ad un Film Festival. Entrambi, non riescono ad uscire perché prima di tutto non riescono ad evadere da sé stessi, da tutto quel crogiolo di esistenze abbozzate e stropicciate anni addietro, poco più che diciottenni, ed ora quasi trent’enni, rivendicate con angoscia, livore e senza una distaccata consapevolezza del passato, come palline rimbalzine, sbattute, dentro una turbolenta coscienza del presente. “Quello che un regista deve provare a fare, è sottrarsi dal prendere una parte precisa tra i protagonisti”. Ha raccontato a Sky Bruno Fornasari, il facitore e regista italiano della pièce. Non fa il tifo per nessuno ma rende bene quel guazzabuglio relazionale, tipico dei nostri giorni e dei nostri rapporti, incapace di prendere definitivamente il volo; mood, del resto, così radicato nel vissuto americano, dove in fondo tutto fa brodo ma dove manca, forse, il sale di qualcosa di unico.

Passato, presente e futuro appaiono così shakerati alla velocità della ,luce, come un frappè, un tantino amarognolo. La scena e le luci sono affidate a Fabrizio Visconti, mentre i costumi, hanno la cura di Mirella Salvischiani.

Il duo, diventa trio, quando compare anche Amy, Camilla Pistorello. Amy, ex fidanzata di Vince e che si sarebbe concessa, a detta di Vince e della sua registrazione, una notte di passione con Jon. La ragazza però, ora davvero adulta rispetto ai due, con quel passato post adolescenziale, sembra aver chiuso: ora è poliziotta, e fidanzata. La più fredda dei tre, che ha dimenticato. Donna che ha fatto pace con quelle storielle sentimentali di borgata , la sola, a ben guardare, in grado di armonizzare quel passato lacerato, malavitoso, emotivamente folle.

Un’oretta, dove ci si dimentica un pochino di sé stessi e si viene immersi in questa registrazione di una registrazione. Copia di copia come l’arte platonica o, sotto sotto, nastro di un nastro, che in un modo o nell’altro coinvolge anche noi e pronto ad esplodere rivelazioni impensabili, non appena qualcuno, decidi di pigiarci il tasto play?

Luca Savarese

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