Recensione: “Disgraced”

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Un interno patinato, bianco accecante sul palcoscenico del Teatro Filodrammatici per Disgraced, diretto da Jacopo Gassman, che cura anche la traduzione del testo dello statunitense Ayad Akhtar, vincitore nel 2013 del premio Pulitzer per la drammaturgia. Un interno domestico della upper class newyorkese allestito da Nicolas Bovey esattamente come ce lo immagineremmo, tirato a lucido, minimalista e raffinato, dimora perfetta di Amir ed Emily. Lui, avvocato alle prese con la sua personale scalata gerarchica, rinnega le sue origini pakistane, e lei pittrice newyorkese impegnata a difendere e a fare dell’arte islamica il suo vessillo. La contraddizione è già nei personaggi, e prepara il terreno per lasciare apparire le ombre dietro la luce accecante. Dietro la finestra opaca sulla parete del fondo, luogo delegato alle sfumature più tragiche, violente e perverse di quelli che a prima vista vengono dipinti come degli eroi positivi.

Ed è un dipinto ad aprire la vicenda, un ritratto che Emily fa al marito sul modello del ritratto che Velazquez fa al suo servo morisco Juan de Pareja. Il servo e il padrone, il nero sul bianco della tela. L’arte è strumento di decodifica del mondo, testimonianza dello sguardo che muta nel tempo, e l’incipit della vicenda introduce lo spettatore a una riflessione sul modo in cui guardiamo e giudichiamo il mondo. Un ritratto, che si presuppone essere il prodotto pittorico più vicino alla verosimiglianza, rimane comunque non attendibile, non corrispondente al reale, perché sempre filtrato dagli occhi e dalla mano di chi lo realizza. Serve allo spettatore ancorarsi a questa riflessione fin dall’inizio, per non rimanere sulla superficie scintillante e borghese su cui la messa in scena e l’interpretazione a tratti conducono.

Amir ed Emily invitano a cena i loro amici Isaac e Jory. Si brinda a Emily quando Isaac, curatore d’arte, le annuncia che le sue opere saranno ospitate all’interno della sua prossima mostra. Si brinda e si continua a bere negli abiti di Daniela de Blasio, eleganti e patinati, in perfetta armonia con la situazione, e in perfetto contrasto con i sorrisi ingessati dei personaggi. In questa cornice lo sfavillio inizia a traballare. Amir è preoccupato perché sul Times è stato citato il suo nome accanto a quello di un imam accusato di simpatizzare per la Jihad. Voleva solo accontentare suo nipote Hussein che gli aveva chiesto un sostegno legale, ma non poteva sospettare che per un fraintendimento avrebbe rischiato la carriera. Proprio lui che ha sempre rinnegato le sue origini e cambiato cognome; proprio adesso che era a un passo dal diventare socio dello studio. Posto che invece è stato conquistato da Jory. E mentre lei cerca il coraggio per confessarlo ad Amir, diventa testimone di un bacio tra Isaac ed Emily. Ma c’è stato di più, confessa Emily. E Amir, che poco prima aveva puntato il dito contro i versi del Corano in cui si autorizza un uomo a picchiare la moglie, si ritrova a seguirli alla lettera e la atterra in un accesso di rabbia.

La cornice scintillante va in pezzi sotto i colpi di un dialogo che scava nell’identità culturale dei personaggi, si affonda nei principi di una morale apparente e ne estrae un’infinita gamma di colori e di valori che si scoprono essere non universalmente condivisibili. Ognuno ha la propria tavolozza, e può dipingere solo il mondo che vede con i propri occhi.

Il testo allo stesso modo offre innumerevoli sfumature, e non tutte riescono a brillare fin da subito nell’interpretazione di Hossein Taheri (Amir), ma trovano compattezza nel rapporto con gli altri personaggi e in quello con Lisa Galantini (Emily), che riesce a far combaciare la sua interpretazione sopra le righe con l’esaltazione del perbenismo borghese. Saba Anglana (Jory) è tagliente nei momenti in cui il suo personaggio si rende cruciale per il dispiegarsi della vicenda, ma rimane a galla della più complessa conformazione del personaggio stesso. A condurre lo spettatore in un’analisi più approfondita è invece Francesco Villano (Isaac), la cui interpretazione è tanto sottile quanto efficace in ogni suo aspetto. Marouane Zotti (Hussein) pur indossando i panni di un giovane idealista non restituisce il coraggio che gli sarebbe indispensabile per la resa del personaggio.

Alle luci di Gianni Staropoli ne riconosciamo il merito, paradossalmente, nel momento in cui vengono meno. Nel finale, quando la scena si svuota di tutti gli arredi e rimane solo il bianco delle pareti, ci accorgiamo di come un bianco lucido e lussuoso possa diventare, al calare delle luci a neon, un bianco logoro e desolato. Come la tela possa essere dipinta in modi diversi, quanti sono gli occhi che la guardano.

Alessandra Pace

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