Recensione: “Cemento”

cemento
foto Angelo Redaelli

C’è una malattia dell’anima che viene diagnosticata in questo lavoro teatrale, tratto dal testo narrativo di Thomas Bernhard: la noluntas. Un’invincibile vis inertiae, lo scivolare fatalmente verso lo zero assoluto, il punto in cui le particelle arrestano la loro vorticosa danza. Il protagonista sembra quasi, inconsciamente, reificarsi, facendo un percorso a ritroso della coscienza. La sua ossessione,  redigere un saggio su Mendelssohn Bartholdy, ha tutto il sapore dell’ultima sigaretta di Zeno; è, altresì, il rocchetto del freudiano Hans, che si balocca ad allontanarlo ed ad avvicinarlo.

E’ necessario che ci sia un obiettivo da mancare, un fine da lasciare incompiuto, lasciando la pagina bianca alla sua vertigine monocolore, alla cecità di Saramago;  malattia oculistica in cui la visione si appiattisce nel si impersonale, nel pensiero non pensato, incolore, da masticare continuamente come un chewing gum. Il passare da un tavolino all’altro, geniale intuizione scenografica, rappresenta meravigliosamente la Falsche Bewegung, il falso movimento, il replicare eternamente le stesse dinamiche. Tiene conto, il personaggio, della massima beckettiana che recita: “l’abitudine è una sordina.” Egli rappresenta l’illusione di un tempo non più cronologico, ma circolare, di un eterno ritorno, che però non ha l’aspetto tonitruante nietzschiano; sembra, piuttosto,  una borghesissima ninna nanna esistenziale in grado di addormentare la consapevolezza, una sorta di prova generale della morte in vita. Di nuovo la vita, adornianamente, non vive: rimane in una sorta di stasi, di ibernazione, come parte dell’equipaggio di 2001 Odissea nello spazio. In quello stato,  passare al non essere sembra evitare il travaglio del negativo. In tale dimensione, tornando a Beckett, è naturale che il ridotto di resistenza di vitalità diventi la parola; e qui, l’attore Roberto Trifirò restituisce tutte le sfumature di una phonè che porta in sé l’intero capitale di vita non vissuta del protagonista.

Il nastro di Krapp non è più registrato, ci si è scordati di premere il tasto “rec”, e si lascia alla memoria individuale della platea il compito di sciogliere la sciarada di  questo flusso di coscienza. Tuttavia, appare un’ombra femminile, fin dall’inizio, con una funzione inversa rispetto alle ombre della caverna platonica; qui, infatti, diventa presagio di qualcosa di terribilmente reale, in grado di riempire di inchiostro rosso sangue la sempiterna pagina bianca. Il volontario trasferimento del protagonista a Palma di Maiorca, in cerca di un luogo psichicamente curativo, diventa catartico, ma in un senso inaspettato per lo scrittore. L’incontro con il personaggio femminile, che, da ombra, si fa cosa salda in scena, porta l’uomo a confrontarsi specularmente con la sua anima. La vita comincia a battere un colpo, anzi più di uno: una secchiata di acqua esistenziale ghiacciata sferza, decisamente, il viso del protagonista, cancellando l’effetto dei numerosi farmaci e dei sonniferi assunti. Piomba, improvvisamente, nel racconto lo spirito ancestrale della tragedia, degli dèi, che schiacciano la vitalità sul duro cemento del titolo di questa pièce. È come se lo scrittore, nel vivere la vicenda della donna attraverso un crescente coinvolgimento emotivo, sbattesse la testa contro il duro cemento, senza avere più la confortante malleabilità della pigra abitudine. Nessuna redenzione è possibile, e nessuna divinità calerà dall’alto per sciogliere la vicenda, lasciando il protagonista nella terribile punteggiatura del picco dell’angoscia; ossia, il muto urlo di Munch che caratterizza il finale dello spettacolo, e restituisce il protagonista al suo heideggeriano “essere per la morte”.

Roberto Trifirò, anche regista e adattatore drammaturgico, vive il testo come più non si potrebbe. Si lascia, letteralmente, possedere dalle parole; come in una cerimonia sciamanica della quotidianità borghese, egli stesso diventa l’incessante flusso verbale. Il vero saggio, che riempie la pagina del testo scenico, è il suo racconto biografico. È la sua cartesiana certezza – invero, molto pericolante – di un pensiero a garanzia dell’esistere, ovvero la sua fonetizzazione. L’attrice Priscilla Cornacchia trasforma il suo corpo in una sorta di coreutica calligrafia, facendo,  del verbo, un movimento, una strindberghiana danza di morte. Il retrogusto di posata d’argento ossidata, che rimane allo spettatore, è il più riuscito invito a trovare nuovi dèi con cui riempire la realtà.

Danilo Caravà

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