ProfAmà: Manuel Ferreira e i 30 anni di Alma Rosé. «Il teatro è condivisione»

Intervista al co-fondatore della Compagnia che celebra un importante traguardo con tre spettacoli in scena all’Elfo

Di Veronica Fino

Cari Amici di ProfAmà

Vi state godendo lo spettacolo di MilanoCortina e quello spirito Olimpico che ha letteralmente inondato la nostra città? Oggi Vi racconto della Compagnia Alma Rosé, che compie ben trent’anni. Che, in questo panorama in cui il Teatro diventa Spettacolo, le Compagnie si sciolgono e i teatri vanno a fuoco, come nel tragico incidente del Sannazaro di Napoli, perla culturale italiana e partenopea, è come vincere una vera medaglia d’oro.

E cercherò di raccontarvela, con un’enorme gratitudine da parte di addetti e non ai lavori per tale dedizione e passione, attraverso le parole di Manuel Ferreira, uno dei fondatori. 

Buona lettura!

V

Tre spettacoli in scena, fino al 22 Febbraio:  “ODI ET AMO”, “IO RICORDO”, “IL VERO UOMO DI SINISTRA”

La Compagnia Alma Rosé è una significativa realtà del panorama teatrale di Milano, che ha radici lontane. Ben trent’anni or sono! I fondatori, Manuel Ferreira ed Elena Lolli, improntano da subito il loro lavoro sull’impegno civile a favore della comunità, spesso di quartiere. Nondimeno, sono stati precursori pionieristici del teatro in luoghi non ordinari: biblioteche, appartamenti (celebre “Il rito del Tè”) e Fabbrica del Vapore, dov’è la sede stabile in cui organizza anche eventi, laboratori e rassegne.

Grande merito di Alma Rosé è l’aver sempre cercato di usare un linguaggio immediato, potente e diretto, in grado di arrivare a un pubblico molto eterogeneo, molto di frequente coinvolto nelle rappresentazioni. 

La festa per questi trent’anni si celebra alla Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini, realtà con la quale ha instaurato un legame longevo.  E come festeggiare al meglio, se non con ben tre spettacoli in scena?

“ODI ET AMO”

Il primo è “Odi et Amo” (17-19 Febbraio), di e con Annabella Costanzo, per la regia di Lolli e Ferreira, e tratta del delicato rapporto fra madri della “Gen X” e adolescenti, parte della “Trilogia della Genitorialità”

“IO RICORDO” (20-21 Febbraio), di e con Elena Lolli, per la regia di Claudio Orlandini, ispirato alla vita di Liliana Segre non più bambina, ma adulta con ricordi vivi, da affidare alla memoria collettiva affinché diventino istanza per un pensiero critico e morale per i giovani

L’ultimo -non per importanza- è “IL VERO UOMO DI SINISTRA”, di e con Ferreira, che tratta con toni ironici e molti spunti riflessivi il tema della malattia. Lo fa attraverso svariati punti di vista: dal medico al parente, fino a –ça va sans dire- quello che è il più coinvolto, socialmente, mentalmente e fisicamente, ovvero il paziente. Un reading collettivo che svela un’opera intensa e ispirata ad avvenimenti personali del protagonista.

Ho anticipato degli spettacoli, ma è tempo che Vi lasci allo spazio che il regista e attore mi ha dedicato, perciò, eccoVi l’intervista…

«Fare teatro ti mette sempre in costante ricerca, come una curiosità continua»

VF: « Ciao Manuel, molto piacere »

MF: (-Immediatamente e fieramente, ribatte-) «Ciao cara, Manuél»

VF: (Penso: ecco, già la prima figura misera l’abbiamo fatta, V. Brava!) «Manuél, ok perdonami!»

(-Desolata, mi riprendo e ascolto lui, nel suo modo gentile e consolatorio-)

MF: «No, no, no tranquilla, è che lo dicono tutti e io ci tengo al mio nome! Tranquilla, super tranquilla!»

VF: «Sono felice di ospitarti nel nostro spazio, ProfAmà, e di conoscere più da vicino la vostra storia trentennale!»

MF: «Se penso che avevi 12 anni insomma quando noi abbiamo iniziato, e fa un po’ impressione questa cosa qua, 30 anni.

Veronica: «Ecco, partiamo da questi tanti anni!»

MF: «Ah, partiamo da qua, va bene. (-in tono divertito-). Allora… 30 anni fanno impressione, perché il teatro ti mette sempre in costante ricerca, no?! E come dire, non saprei, non voglio dire il luogo comune che “ti fa sentire sempre giovane”, perché ti ammazzi dal lavoro. Però è come una curiosità continua. Cioè, di questi 30 anni non è che uno dica oddio, che pesante!

È come se fossero veramente pochi per noi, perché la curiosità è rimasta intatta, capito? La curiosità e la voglia di raccontare il presente è rimasta così, intatta, e quindi questa cosa è sorprendente. Noi due, prima, e ora che siamo in tre, non abbiamo mai avuto litigate. Abbiamo discusso sì, però litigate che abbiano messo in discussione il nostro rapporto, mai. E questa cosa penso che sia un po’ rara no, nell’ambiente.»

L’importanza di portare con sé le persone

VF: «Assolutamente. È rara anche nella vita! È arduo avere la fortuna di portarsi dietro le persone che ci hanno dato tanto, e a cui abbiamo dato in egual misura, nonché mostrato anche la nostra parte peggiore. 

Grottescamente i rapporti si costruiscono dimostrando la parte meno simpatica. Nonostante questo aspetto si decide, in un lavoro talvolta faticoso anche verso noi stessi, di portarsi avanti insieme. Credo che sia un pochino la chiave delle relazioni.»

MF: « Ma poi sai, adesso che siamo più grandi di età e vedi un po’ le nuove generazioni. Si ha sempre paura di diventare come quelli che vedevo io prima di me, no?! 

Però penso che questa cosa di lavorare insieme sia una cosa che, come dire, vedo poca continuità; come se tutto fosse molto più difficile secondo me, anche economicamente, sostenere un tipo di compagnia come quella che abbiamo noi. 

Perché per noi è difficilissimo, benché nessuno ci creda. Come teatranti, siamo sempre sull’orlo del fallimento economico, e capisco che una compagnia giovane non possa neanche iniziare. Però dico anche che è un peccato perdere la possibilità di viaggiare nel tempo con i tuoi colleghi, perché ti fa crescere tantissimo. 

Cambiare fa crescere così come conservare un rapporto nel tempo

Cambiare tutto il tempo ti fa crescere, è bellissimo, però anche conservare nel tempo un rapporto che si ripete nel teatro soprattutto, fa crescere. Per esempio, noi lavorando tanto insieme abbiamo imparato a leggerci con uno sguardo. Ci basta per capire anche quando dico “anche un po’ meno”. Perciò si comprende tutto quello che voglio dire. 

È un capitale enorme che si costruisce con questo nostro modo. Pertanto, io lo auguro a tutti! Magari 30 anni son anche tanti, però dico di continuare a lavorare insieme, di avere fede se c’è un progetto a cui si crede e darci dentro.»

VF: «Che bel messaggio. Mi hai dato risposta a una delle domande che avrei voluto farti. Me ne rallegro perché ci dà modo di aprire su tante altre cose e sulla domanda centrale: cos’è il teatro per te, Manuél?» (lo scandisco bene stavolta -n.d.r.-)

«Il teatro è condivisione per il racconto del presente, è stare insieme»
MF: «Eh! (Esclama con gioia -n.d.r.-) Per me banalmente il teatro è condivisione. 

O meglio, è condivisione per il racconto del presente. Lo stare insieme. Io faccio teatro perché amo stare con le persone con cui lo faccio. Amo lavorare su un tema, anche tanto, perché racconti il presente. Inoltre, amo dialogare col pubblico e su quello che gli succede. Questa necessità è quella che ci ha accompagnato in 30 anni; un forte desiderio che io ripeto sempre verso i giovani, augurandogli questa cosa.»

VF: «E per Alma Rosé? Qual è  il messaggio al futuro che vorresti per il tuo teatro?

MF: «Noi siamo sempre aperti a incontrare le compagnie giovani perché a volte si ha un po’ timore, un po’ come dire un timore di collaborare. Invece, secondo me, in questi tempi questa cosa bisogna ritrovarla. Chiaramente ci sono di mezzo i problemi economici. Alla fine, lo sappiamo, spesso si tratta di questo. Bisogna però trovare il modo di passarsi la conoscenza, e se questo passaggio manca, muore tutto molto. Come a dire, fa’ il tuo progetto, che poi muore. Ne segue la morte del capocomico, e, quindi, muore tutto. 

Questa cosa un po’ mi preoccupa perché vorrei avere più a che fare con gruppi più giovani, che vedo purtroppo molto disgregati. Diventa difficilissimo collaborare perché se fanno uno spettacolo e nel mentre, per sopravvivere lavorano in 30 compagnie diverse.  Sono livelli diversi di impegno che lo rendono difficoltoso, ma si può sempre provare! 

E il messaggio del futuro è questo: vorrei che questo teatro che racconta il presente continuasse e non solo fatto da noi in prima persona, intendo dire noi tre. Questo ultimo spettacolo al quale lavoro con otto allievi attori miei lo realizzo perché non voglio più stare da solo. Dopo tanto monologhi ho detto basta! E soprattutto in questo spettacolo avevo bisogno della comunità, e lavorare con loro è molto divertente.»

VF: «Molto ispirato, e vi auguro possa avverarsi.»

Il rapporto con l’Elfo Puccini

(Mi ringrazia, molto carino come dal primo scambio di battute -n.d.r.-) Ora, parliamo degli spettacoli all’Elfo!»

MF: «In realtà, noi all’Elfo abbiamo una collaborazione storica. Ho lavorato con loro nel ’96. E così anche io con loro celebro 30 anni di Elfo! Abbiamo un rapporto bellissimo e ogni tanto siamo a casa loro e ci sentiamo molto a casa.

Siamo in scena tre spettacoli diversi, di cui il primo si chiama “Odi et Amo”, dal 17 al 19. Abbiamo intervistato più di 50 mamme con figli maschi adolescenti.

E da lì è emerso questo racconto, questo spettacolo è su una madre disperata con un figlio adolescente. Mentre si dispera, racconta anche un po’ il nostro bisogno di parlare del presente; pur con modi e toni comici, cerchiamo la profondità di che cosa c’è nel rapporto con i giovani. Questa mamma si mette molto in discussione. In quello spettacolo lavoriamo con Camilla Barbarito e Fabio Marcone. Sono due meraviglie totali e siamo molto contenti perché sono più giovani di noi. Già questo fattore mi sembra inizio di un’altra collaborazione nata, poiché continuiamo a collaborare con loro. 

A seguire, lo spettacolo “Io ricordo”, con la regia di Claudio Orlandini. Quest’ultimo è un regista che ha visto nascere la compagnia e racconta, qui, la vita di Liliana Segre. 

E poi, finalmente (lo sottolinea, fra orgoglio e risata più timida -n.d.r.-) arriviamo al mio, che si chiama

Il vero uomo di sinistra”

Si tratta di uno spettacolo che attraversa la mia esperienza della sanità pubblica. Dal momento che ho perso diversi organi della parte destra, ho pensato che, in maniera immaginaria i miei organi di sinistra, mi dichiarassero che io sono il vero uomo di sinistra. E quindi è un racconto sulla sanità pubblica in maniera tanto reale che surreale, insomma. Questo lavoro è con tutti gli allievi, sarà molto bello. 

Aspettiamo tanta gente, anche perché andrà avanti; una cosa che vorrei dire al pubblico è di non scoraggiarsi se non trovano biglietti perché la sala è molto piccola, però lo faremo avanti. 

Così l’invito è a seguire il nostro sito.»

Non bisogna mai avere paura, bisogna fare! L’importanza di efficacia e necessità

VF: «Sono molto curiosa. Allora adesso, giustamente, tu mi hai anticipato qualcosa sugli spettacoli, ora tocca a me risponderti alla domanda “Cos’è ProfAmà?”

“Profamà” è una mia “creatura”, o chiamiamola così, è una mia idea. Fare questo spazio in cui i “Prof” e gli “Amà”, nel senso di Professionisti e Amatoriali, evidenziando attraverso l’accentuazione così da richiamare il panorama milanese in cui si contestualizza la nostra realtà di MilanoTeatri. Nasce da lì e dal mio rapporto con il teatro amatoriale grazie al GATAL (Gruppo Attività Amatoriali Teatrali Lombardia). La mia speranza è poter mettere il più possibile in contatto, diretto o indiretto, i due ambiti. 

Creare un punto d’incontro e raccontare quelle che ne sono i protagonisti, partendo da una particolare citazione, o una cosa che mi colpisce in particolare. Infine, raccontare un pochino le vite o quello che è ovviamente l’idea del “loro” teatro.»

MF: «Quindi anche tu sei attenta agli accenti! “ProfAmà” (lo pronuncia con tono divertito -n.d.r.-)

VF: «Ci provo! Anche la tipologia di intervista non è molto canonica come ti sarai reso conto, spero che si percepisca questa volontà di non essere troppo ordinari chiamiamolo così, anche se poi nel teatro di ordinario non c’è praticamente mai niente»

MF: «No, ma guarda comunque non bisogna mai aver paura, bisogna fare. capito? Quindi non sei né il primo… la cosa importante è essere efficace, nel senso non importa che sia la sua originalità sta nel fatto che sia necessario ed efficace, questo è il trionfo no?

Perché a volte uno pensa “ah però questo è stato già fatto”, non importa, si rifà e meglio capito, si prova insomma. sembra. Mi sembra sempre molto interessante!»

Il lavoro con i giovani: il bisogno di non sentirsi soli

Bene, io voglio farlo. Quest’intervista la passerò sicuramente a un nostro gruppo col quale abbiamo fatto teatro tanto qua in quartiere. Il lavoro con otto di questi attori, che lavorano con me da più di dieci anni, insieme a un altro gruppo con cui ho lavorato altri 10 anni,

Alcuni di loro cinque anni fa hanno deciso di costituire una compagnia amatoriale e vanno avanti e fanno un sacco di cose. Fanno loro spettacoli con la regia di Riccardo Mallus, e io come dire, e io… io ne sono orgogliosissimo.

VF: «Non stento a crederlo! Tuttavia, non voglio rubarti il tempo prezioso, perciò, fermo restando che la cosa importante sia il teatro.

Il bisogno di non sentirsi soli

Mi stavi dicendo che avete fatto tanto teatro di quartiere e questo si collega un po’ con quello che mi hai detto all’inizio, ovvero del tuo bisogno di non sentirti solo. Essere on le persone perché ti piace stare con le persone.

MF: «Sì, sì sì sì.» (con più forza e gioia -n.d.r.-)

VF: «Ok, questo è indubbiamente il primo, perché lo spirito di aggregazione alla base un pochino di tutto quello che è la il discorso teatrale, no?! Quindi questa è stata la prima spinta per te?»

MF: «Senza dubbio! Non voglio fare il tentativo di diventare guru, né altro, però sono cose che in qualche modo sono capitate, hanno funzionato e io posso dirne in merito. 

Magari per qualcuno potrebbe essere fonte di ispirazione. Però per esempio a noi è capitato che vivendo in questo quartiere di Porta Venezia e che i nostri figli andavassero a una scuola materna dove noi lavoravamo già prima. 

Facevamo laboratori con i bambini piccoli, dove però noi non “facevamo” direttamente  gli spettacoli, ma invitavamo e invitiamo ancora i genitori a lavorare insieme ai bambini. 

Quando finiva, i genitori dicevano “beh, però adesso anche noi vogliamo!”

Un movimento che crea movimento: attecchire nel territorio

Da lì, è nato negli anni questo questo movimento che ha creato un sacco di movimento: all’interno della scuola, all’esterno della scuola che mosso persone. Inoltre, abbiamo inventato 1000 progetti, tra cui spettacoli itineranti con più di 200 bambini con tutti gli attori dei miei corsi. Ma perché nasceva? Accadeva grazie alla spinta che non eravamo da soli. 

Perché poi in questi in questi corsi intercettavamo persone con delle grandi capacità da manageriali, dei comunicatori, e tutti apportavano qualcosa.

Anche oltre la loro parte teatrale, e questa cosa è un consiglio per me da dire a una compagnia: attecchire in un territorio. Questo è molto utile; nel senso che, se tu attecchisci il tuo lavoro in un territorio, il territorio cresce. Se tu lo fai in tanti territori sì, lo arricchisci,  però la dispersione è maggiore. Io, quando vedo questi bandi tipo, sai per fare animazione per l’estate? Tu vedi che fanno un concerto in una piazza e poi in quella piazza non rimane niente. Io mi chiedo a cosa a cosa serva.

Noi quest’anno siamo stati siamo stati tagliati fuori.  Facevamo un lavoro a Parco Lambro da anni con tutte le comunità e ci hanno tagliato fuori non si sa per quale motivo. 

Mentre dopo lasciano delle rassegne, che benché validissime, per carità, artisticamente ottime, eppure hanno un peso diverso, no?!»

VF: «Certo, perché se non resta nulla diventa solo un momento estemporaneo»

Divagare è un’arte

MF: «Vabbè, comunque tornando alla tornando alla domanda, come era che mi chiedevi… mi sono perso nella domanda!» 

VF: «Succede spesso anche a me, divagare è un’arte! Parlavamo del collegamento fra la tua necessità di condividere e del tuo fare teatro.»  (ecco, vogliate credere che far perdere il filo alle persone mi accade spesso e non è sempre cosa che rende fieri. Brava V, mi ripeto. E due! -n.d.r.-)

L’impegno sociale

MF: «Tutto è nato da lì. Da questo sogno, e abbiamo lavorato tanto con i nostri allievi, facendo eventi di ogni tipo. Spettacoli itineranti durante e dopo il Covid, e abbiamo fatto ultimamente un evento molto importante per Manifatture Teatrali Milanesi, e adesso questo spettacolo è un po’ la conclusione di un percorso, la conclusione. O, anche, uno step che va ancora avanti.

Già nello spettacolo “Odi et Amo” avevamo lavorato con le attrici, mamme, che facevano un primo reading del testo, e lo spettacolo finale è diventato solo con Annabella. Ma è stato molto utile, e molto ricco artisticamente è stato anche lavorare con tutta questa gente.»

Un teatro che è “attraverso perSonale”.

VF: «Di sicuro, nonché emozionante! Quanto c’è di tuo? Se tu dovessi farti un’analisi dall’esterno, quanto Manuél quanto c’è? Inteso come persona, e quanto come c’è come artista? Credo che si completino le cose. Anzi, credo che sia è una commistione, no?!

MF: «100%, 100% di tutte e due! Poiché il mio essere artista è interamente un tutt’uno con il mio essere persona.

Per farti un esempio, in quest’ultimo spettacolo, vale per tanti altri nostri, c’è sempre stata un “attraversamento personale”. Una storia personale, nostra, che passa nei nostri lavori.  Quando facevo uno spettacolo sui generis, tu eri giovanissima forse, però ho fatto uno piccolo cult sull’Argentina. Si chiamava “Gente come uno”. Iovi raccontavo la storia, dal mio punto di vista, in merito alla crisi economica dell’Argentina. Così come raccontavo di tutte le sue forme di partecipazione. Poi, visto da una persona che viveva in Italia, era diverso, ma poteva davvero vedere l’Argentina come stava.»

Il delicato racconto della sua Argentina 

(Riprende -n.d.r.-) MF: «Di conseguenza, c’è sempre uno sguardo. Anche quando abbiamo fatto “Stabat Pater”, nel 2021, erano i papà i protagonisti. Ho intervistato tanti di loro, ma io ci sono dentro come papà, e invece nelle mamme c’è dentro mia moglie. In sintesi,  c’è sempre uno sguardo molto personale. Praticamente, in 30 anni abbiamo raccontato tanti pezzi della nostra vita. Ed è impossibile scindere sai, molto difficile.»

«Tutto di personale e tutto di artistico»

VF: «È questo a caratterizzare gli artisti, un po’ come quei lavori che hanno una sorta di vocazione no? Penso che una persona nasca in qualche modo con quello spirito artistico che poi faccia un tutt’uno; ne crea una una persona che è un artista. Su diversi livelli, e non per forza, ma la persona lo percepisce: o fin da subito, oppure ci si ci si riscopre.»

MF: «Eh, sì sì, è così. Senti pian piano all’inizio qualcosa, e non sai bene perché fai il teatro. Infatti io, per esempio, sono stato ad accompagnare un mio amico all’audizione dell’Accademia. Alla fine, lui non lo voleva più fare, e sono rimasto io. Questo per dire che c’è un po’ di caso, all’inizio, benché poi, alla fine, diventi la tua vita.»

Cioè, una cosa di cui non riesci a fare a meno. Ed è molto forte questa cosa qui. Insomma, c’è tutto di personale c’è tutto di artistico.»

VF: «Quindi è condivisione della propria vita che cerchi, e non solo del teatro.»

MF: È impossibile separare le cose. Al di là che uno faccia “La Locandiera” di Goldoni, per non dovendo raccontare in prima persona, tutti gli attori mettono sempre del loro. 

«Innamorarsi dell’umanità»

Se non c’è del loro, perché fare o, perfino, andare a vedere “Romeo e Giulietta”, sapendo  che lei, così come lui, muore alla fine, no?! Se tu non ti innamori di quella umanità che quell’attrice riesce a regalare al personaggio oltre le parole, perché vederlo? E un po’ anche lei stessa deve, altrimenti non ci sarebbe pubblico. Invece andiamo, tutti innamorati di questa idea, che il teatro ci faccia sognare, e innamorare di quello che vediamo. Questo, anche se sappiamo il finale.»

VF: «È vero perché alla fine tutti quanti speriamo sempre di vedere forse un epilogo diverso, e si vive fino in fondo quella cosa sapendo di piangere, disperato. Ogni volta con un trasporto e un vissuto diverso. Ti parlo di anni fa, quand’ero ancora al liceo, ci portarono a vedere “Aspettando Godot” con due diversi adattamenti e con attori diversi lo era anche lo spettacolo.»

MF: «L’emozione è diversa, chiaramente. Anche il tuo corpo è diverso, proprio per quel che è. Adesso io e te sembriamo i buonisti, per come dire? Per carità, ci sta il fatto che tanti attori non piacciano e se ciò che danno è poco si dica “basta, no grazie”.»

Teatro e divertissemnt

«Per me ci sono attori che a volte sono anche famosi, però per a me non danno niente e quindi mi dico “che noia”, eppure sono riconosciuti. Lì ti dici quindi che, evidentemente, c’è un pubblico con gusti diversi.» (è molto equilibrato nel dirlo, ma rivela, perlomeno a me, un minimo rammarico -n.d.r.-

VF: «Sì, capita mi chieda anch’io come sia possibile, specie dove ci sono quelle super-produzioni molto costose…»

MF: «: Che però che non ti dicono niente.»

VF: «Esatto, poi magari ti commuovi cioè per lo spettacolo dell’oratorio! (e critichi anche la tua ipersensibilità, ma evito di rivelare questo mio pensiero a lui -n.d.r.-) 

Mi fa piacere non essere l’unica, anche se hai un occhio sicuramente molto più esperto rispetto al mio. Ma penso che il teatro debba comunicare, lasciare qualcosa a livello emotivo in chi lo guarda. Se accade solo momento ludico, del divertissement, che si va a vedere, si perde un po’ della sua essenza. E qui torno su un tipo di spettacolo di grandi  produzioni, che fanno pur ridere, e talune lo fanno ridere, ma l’attimo di diletto è fine a se stesso. Senza dire che non occorra quel momento libero e ilare. Ma il teatro nasce con altre finalità.»

MF: «Assolutamente.»

«Il teatro è quello che mi salva»

VF: «E invece il tuo ultimo spettacolo? Ultimissima domanda, giuro.  “Il vero uomo di sinistra” di cui mi dicevi fra l’altro è quello con un tema abbastanza a me vicino. Malattia cronica da sempre, pertanto conosco benissimo le cosiddette surrealtà in cui viviamo noi pazienti. Quando mi dicono che sono una persona impaziente, replico di norma di essere già paziente con la malattia, pertanto di lasciarmi nella mia impazienza.

Non pretendiamo l’impossibile. Nel tuo lavoro c’è una personalissima disanima su quello che è il sistema della crisi nella crisi? O meglio, la crisi della persona che si amplifica nella crisi della sanità? Quindi in qualche modo per te il teatro è stato una cura.»

MF: «Mah. Allora, il teatro, più che una cura è quello che mi salva. Mi salva la vita costantemente. Da una parte, mi rovina economicamente, e mi fa preoccupare per il futuro. Però, vabbè, dico sempre che a me va bene così, perché ho scelto questo mestiere. E se non lo facessi non sarei qui capito.»

VF: «Un po’ la tua “croce e delizia” personale.»

MF: «Croce e delizia la croce è la difficoltà, la lotta, la non riconoscenza economica di questo mestiere mai. Mai. Noi attori avremo delle pensioni e forse neanche la minima. Pur lavorando 30 anni, otteniamo niente. Nemmeno lo Stato riconosce la qualità di attore da nessuna parte. Questa è una croce potente; invero, la delizia è che uno lo fa perché non può farne a meno. In fin dei conti, perché ti tiene vivo.»

VF: «Grazie, anche per aver evidenziato questo aspetto spesso ignorato del mestiere, e del fare teatro stesso. Ne sono felice, e spero davvero che tutto quello che mi hai raccontato arrivi chi ci legge. Cercando di mantenere la maggior fedeltà a quanto ci siamo detti, in modo da lasciare che anche la persona con cui parlo che è il mio graditissimo ospite diventi anche vicina al lettore. Spero di farlo trasparire il più possibile. Ti ringrazio davvero tanto, è stato un piacere.»

MF: «Piacere per me, assolutamente. Grazie mille, aspetto di leggerti, e a teatro!»

Alma Rosé è invito, partecipazione, ispirazione

Parlare con Manuel è stato un enorme piacere. E soprattutto, un’ispirata, bella e semplice lezione di vita, mai avere paura di fare errori. 

Se pensiamo all’eco delle cadute di un ragazzo ventunenne che ha passato la vita per vivere quei 4 minuti di eccellenza, abbiamo due modi per analizzarla. Assecondando i pensieri intrusivi, che ci bloccano, e inevitabilmente ci portano a cadere. 

Oppure, pensando che quegli stessi errori commessi, ma con la consapevolezza del coraggio nel tentare, ci portino a tornare umani, con paure, fragilità e potente bellezza. 

In questa realtà dove tutto è finzione, ma -troppo- poco teatro, è la bellezza che sovrasta la delusione. Di un abbraccio dove rifugiarsi per non voler essere soli, della libertà di fare errori e di quell’attraversare il nostro personale. Con viva curiosità e ammissione di necessità persino, in mezzo a un cane olimpionico, capace di ricordarci come occorrerebbe vivere le battaglie -sforzi olimpici o olimpionici- quella bellezza, è poesia condivisa. 

Come Manuel di Alma Rosé insegna. 

Pertanto, osate! Anche nel cercare qualcuno nella vostra vita capace di mettere le mani sulle vostre spalle e non sui propri occhi, quando cadrete. 

Aggiungo che, ai miei occhi, quella stessa bellezza diventa amore per l’uomo, anche nelle sue imperfezioni.

Sempre,

Veronica 

Alcune immagini dagli spettacoli di Alma Rosé

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