Recensione: “Farfalle”

farfalle

Provate a immaginare che Hegel e la sua dialettica del servo-padrone diventino una drammaturgia senza un filo di grasso, ma in compenso con un filo del rasoio di Occam particolarmente tagliente. Due sorelle, ovvero due autocoscienze, in cerca di un riconoscimento reciproco, si alternano nel ruolo di servitrice, e il gioco è comandato da chi ha il gioiello della farfalla. Genet incontra in questo spazio metafisico, geometrico, Brecht, e la maschera ideale di Madame, portata a turno, si confronta con le molte regole e le fatali eccezioni. D’altra parte l’assioma fassbinderiano dei rapporti sentimentali, antropologicamente e tragicamente determinati, e lì a fare da silenzioso mantra, da inevitabile intenzione dietro ogni gesto ed ogni parola: each man kills the things he loves, ma anche each woman. Il gioco serio, evocato da Nietzsche, come ricetta per vincere la fatale debacle esistenziale, qui si compie fino alle estreme conseguenze, ma il rocchetto dell’Hans freudiano ha meno spago di quello lasciato dalla parca Atropo, prima del fatale taglio. Lasciare o raddoppiare, giocare o ritirarsi, è una sorta di essere o non essere 2.0, una versione postmoderna, mediatica di un tragicomico gioco della vita. E se la vita adorniana non vive, o sonnecchia, può subentrare il gioco del master e del servant, e bisogna necessariamente dimenticare tutto quello che si sa sull’uguaglianza.

I rapporti sono delle verticalizzazioni, degli istogrammi sul grafico scenico, dei parallelepipedi, ora in piedi, ora in orizzontale, dei grossi lego per portare la dimensione ludica nell’età adulta. La loro “bomba h”, il loro deterrente dell’eterna guerra fredda, è tutto in una farfalla, che non è una farfalla, come la pipa di Magritte non è una pipa. E le due sorelle hanno imparato ad amare la loro bomba, e come il Peter Sellers dell’omonimo film, fregolisticamente si giocano tutti i personaggi di questa storia, che si dipana more geometrico. Se Godot tarda ancora ad arrivare, qualcosa bisognerà pur inventarsi, qualcosa per passare il tempo, e cosa ci potrebbe essere di meglio di un gioco? Visto che gli dei della tragedia hanno finito da tempo di carrucolarsi sulla scena, si può sabotare da soli il proprio e l’altrui destino, fino all’ultima mossa, fino allo scacco matto esistenziale, ed anche oltre. Due personaggi, una scena e uno specchio che manca e continuamente viene cercato nell’altra, chi è la più bella del reame, chi vince, chi perde? L’importante, d’altronde, è partecipare, e scoprire che Platone aveva ragione da vendere, nel gioco si conosce la vera natura delle persone, nel gioco l’inconscio tira i dadi, anzi li trucca.

Emanuele Aldrovandi si conferma come un ottimo drammaturgo in grado, come un esperto giocoliere, di tenere costantemente in aria alternate comicità e drammaticità, di scoprire il grottesco, il comico, nell’apparente tragedia, di far vivere alla platea la risata kafkiana di quando lo scrittore di Praga leggeva ad alta voce i suoi lavori di narrativa. Porta coerentemente avanti la linea della storia e di ogni personaggio, si cala nel femminile sdoppiato con la sicurezza di un Bergman nel film Persona. Si vede l’anima junghiana, il femminile, l’archetipo che subisce una diffrazione, si sdoppia, e la sensazione è quella di uno sguardo che si lascia andare, libero di percepire un fuori fuoco, di sdoppiarsi. Però c’è anche una partita a scacchi precisa, tra campioni che sanno vedere molto al di là della singola mossa, ma hanno paura non solo dello scaccomatto che potrebbero subire, ma anche di quello che potrebbero dare. Le due attrici Bruna Rossi e Giorgia Senesi fanno un ottimo gioco di squadra, rendono la loro laringe malleabile a tutte le forme fonetiche dei personaggi che di volta in volta interpretano. Fanno onore al verbo inglese che indica il recitare, to play, giocano meta teatralmente tutto il loro essere in scena, nella partita a poker, a turno, vengono a vedere il bluff dell’altra, e mettono tutto “il loro resto” sul piatto. In quella lunga teoria di fonemi, in quel ritmo vorticoso, più frenetico di una danza delle spade, non ci passerebbe un singolo spillo. Scavano molto più giù di qualsiasi inconscio, e la loro farfalla è molto più di una seduta di psicoanalisi, è un gioco al massacro, è un dio della carneficina che potrebbe fare il paio con quello della Reza.

Le parole arrivano tutte al bersaglio, sono tiri precisi e letali di un tiratore scelto, di un cecchino, sono la dolorosa dimostrazione dell’assunto lacaniano, il desiderio è sempre il desiderio dell’altro, si prende a prestito l’altrui volontà per farla propria, si trova la propria identità nell’effimera immagine speculare dell’altro. Forse Cartesio non è stato alla dostoevskijana Roulettenburg, ma sicuramente c’è stato Aldrovandi che ha compreso quanto il gioco possa essere serotonergico, antropologicamente vincolante, una droga che si confonde con l’essenza stessa dei rapporti sociali. Siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri, qualcuno serve, qualcuno comanda, e il tutto è sopportabile con la medicina della farfalla, con l’alternanza dei ruoli. E nella scenografia dipinta di rosso, il rosso vince ed il nero perde, ma il problema è che entrambe le sorelle sono vestite di rosso, ed il dio del teatro vuole almeno una sconfitta in sacrificio, poco prima che arrivino i generosi e meritatissimi applausi.

Danilo Caravà

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