C’è una storia, c’è sempre una storia da raccontare, che ha l’urgenza di esistere; di trovare, stavolta, la propria divinità creatrice in una drammaturga, Nicoletta Verga, un regista, Andrea Piazza, un’attrice, Marina Rocco, e una sassofonista, Marina Notaro. E il gesto magico, il fiat lux dal quale tutto ha inizio, è il battere del dito contro il microfono, poco prima che il verbo abbia il suo principio, solenne, ieratico quanto il “silence please” dell’arbitro di tennis a una finale di Wimbledon. Quello che segue è una voce profonda, ricca di studiate ventralità lombarde, che ti entra nelle ossa, come una nebbia al Giambellino. Da qualche parte, potrebbe spuntare anche la voce di Jannacci, a ricordarci quanto la vita sia agra. I fonemi sono un corpo ulteriore, lo specchio esatto di una fisicità immediata, mostrata in tutta la sua evidenza. Sin dalle prime parole, è chiaro che tutto sarà genuino, generoso, senza orpelli o infiorettature.
La semplicità è un alto esercizio di teologia negativa, di reductio ad unum, un lavoro di sottrazione, per lasciare che la luce dell’anima filtri dalla sottile membrana della presenza fisica. Tutto questo l’interprete lo sa, e apre, con se stessa e con il pubblico, un meraviglioso patto narrativo, una trance ipnotica, che la porta ad essere esattamente la donna che racconta in prima persona: la Maria Stuarda delle periferie nel secondo dopoguerra, povera ma bella, e condannata – come una donna del mito – a vivere, per questa involontaria hybris estetica, la vendetta degli dèi. Eppure, la sua tragedia non gela il sangue, ma lo scalda, come il suo disperante e disperato bisogno di essere ascoltata; non il pensare, ma l’essere pensati, è il rovesciamento cartesiano che personaggi di tale potenza recano in dote al loro pubblico. Il rito di immedesimazione trova, nella musicista, il suo elemento catalizzatore. La voce del sax è il Doppelgänger di Maria Stuarda. Rappresenta la dimensione del pre-verbale, dell’intenzione, magari deviante, e del profondo inconscio liquido, stupendamente espresso dai fraseggi rarefatti, in cui le note sono respiri lunghi, in grado di buttare fuori tutta l’anima che c’è, anche quella dei fiati rubati. Le sedie in scena sembrano le silenziose impronte ioneschiane di quell’essere una, nessuna e centomila donne incarnate dalla protagonista.
Lavora in fabbrica, questa Vincenzina antesignana settentrionale, senza risparmiarsi; mangia la sua schiscetta avidamente, e fa anche gli straordinari per qualche lira in più. Ma, come in tutte le fiabe, prima o poi arriva il lupo cattivo, e, a questo giro, non accorrerà il cacciatore per eliminarlo. Prima ci si mette di mezzo un fazzoletto, fatto apposta perché il marito, brutto e buono, diventi un Otello imbastardito, nell’anima, dalla penna di un marchese De Sade. Poi ci si mette anche il scior padron che le palanche non le tira fuori volentieri, ma ha la tendenza a calarsi le belle braghe bianche. Di nuovo la violenza, comprendente i nomi, insieme, della realtà e del mito: Aiace, Zeus, Poseidone, pronti a dare dimostrazione che un uomo non può credersi un dio a causa del suo bassoventre. Qui si arriva a una vertiginosa salita sulla scala a chiocciola del climax, di un’atmosfera di ansia crescente, creata dalla tensione di fonemi spezzati, sincopati, rapidi, che sembrano vivere una riuscita osmosi con il sassofono. Nel teatro all’antica, la si sarebbe chiamata una carrettella imperiale, un momento in cui prendi al cuore lo spettatore e glielo stringi; ce l’hai lì tra le mani, alla tua mercè, e solo alla fine, solo dopo l’ultima battuta di quel singolo monologo, lo liberi, lentamente, come se volessi fartelo sbocciare nel palmo.
Trova la forza, Maria Stuarda, per reagire, e vive la dike, la sempiterna (in)giustizia divina, proprio come reagirebbe un personaggio testoriano: rimboccandosi le maniche e tirando avanti, con i pugni in tasca e a muso duro. L’intuizione del finale e della moltiplicazione di abiti femminili, riusciti simboli dei corpi che evocano, ha la potente efficacia di una scenografia di Kantor; una classe, tutt’altro che morta, di donne pronte a testimoniare come si possa esprimere la propria ribellione alla violenza. Sono tutti meritati, e bagnati di effetto genuinamente catartico, gli applausi raccolti dall’attrice e dalla sassofonista alla fine della rappresentazione.
Danilo Caravà
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