“Attilio”: intervista a Flavia Ripa

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In scena, il 14 e 15 marzo 2026, presso Linguaggi Creativi di Milano lo spettacolo Attilio di Flavia Ripa (con la complicità di Paola Tintinelli) vincitore del Premio delle Arti Lidia Petroni 2018 e la menzione Speciale Asti Scintille 2019.

Quadrella, 1991.

Un paese del Sud Italia che se lo cerchi sulla cartina non lo trovi.

Sui telegiornali passano le immagini di 20.000 albanesi che sbarcano sulle coste adriatiche, mentre qui la vita scorre apparentemente tranquilla tra feste estive, 25 chiese, 7 fontane, 1 cineteatro, bocche larghe e occhi dietro le persiane.

La famiglia Indino è rinomata in paese: Barbara forse quest’anno riesce a farsi una vacanza, Armando, che c’è ma non c’è, Stefania Betulla così ribelle da aggiungersi un H al nome, e Nonna col suo seguito di moscerini della frutta.

Milano, 2026…

Flavia, cosa vedremo in scena grazie allo spettacolo Attilio?

Vedrete un’attrice, che poi sono io, interpretare più personaggi e gestire il dispositivo scenico grazie a pedali e interruttori.

In scena compariranno tutte le donne degli Indino, la famiglia protagonista dello spettacolo: nonna, madre e figlia adolescente. La piccola storia di una famiglia che attraversa un naufragio simbolico, andrà a collidere con la grande Storia dello sbarco degli albanesi in Puglia nel 1991.

Attilio è una commedia grottesca in cui i valori familiari degli Indino verranno messi in crisi e quindi in profondo cambiamento da una piccola mina vagante, Attilio, bambino di 9 anni è fratello, figlio, nipote delle tre donne in scena.

Quando e perché nasce lo spettacolo Attilio?

L’idea nasce nel 2018, dopo un primo sviluppo vince il Premio delle arti L.A. Petroni nello stesso anno e la Menzione Speciale al Premio Scintille nel 2019. In seguito intorno ad Attilio si è costituito un gruppo di lavoro (Michela Carìa e Stefano Zullo) con il quale ho concluso la scrittura del testo e la messa in scena, grazie a diverse tappe di lavoro in residenza, fino all’ultimo allestimento creato con la complicità di Paola Tintinelli nel 2025.

È nato poi il sequel musicale, l’ep prodotto da “Brutture Moderne”, e il videoclip a cura di Umberto Petrocelli di “Si vive bene al Sud”, pezzo musicale della colonna sonora dello spettacolo.

Attilio ha debuttato in anteprima al Teatro Verdi nel 2023. In seguito è stato presentato in luoghi informali dove ho potuto testare il materiale scenico prima di arrivare alle date di adesso, marzo 2026.

… Perchésia nato Attilio, è qualcosa a cui non so rispondere in modo puntuale. Mi ha sempre interessato il perturbante, in letteratura come in cinematografia.

È una storia tra realtà e fantasia che riguarda il tema delle radici: quanto possiamo essere nuovi rispetto alle origini? Quanto ci portiamo della nostra nascita? Cosa è scritto già dentro di noi, a cui pur opponendoci, falliremo? Cosa si può barattare nella nostra costruzione identitaria? Il sangue è sacro? Le radici sono connessioni o catene? La famiglia è sinonimo di casa o di bosco? Chi è la pecora nera? E… se avessi messo una bomba a casa che suono avrebbe avuto la nostra detonazione?

Quando ho dato i nomi ai personaggi non l’ho fatto pensandoci. Solo… mi suonavano, emergevano in libertà. Ho svolto di recente uno studio etimologico sui nomi scelti, e ho scoperto che nessuno era casuale rispetto alla trama in costruzione. Attilio potrebbe significare “avo”, “piccolo padre”, o “astuto” o ancora “dai piedi storti”. Allora c’era dentro qualcosa, qualcosa d’altro. Le storie ti inseguono e tu ti devi fare prendere.

Se puoi, ci puoi dire qualcosa di più su Attilio bambino?

Attilio è un bambino di nove anni, che desidera averne subito 80.

Si allena durante le vacanze estive a sviluppare attitudini âgé. Comincia col farsi frullare il cibo, diserta la scuola per andare ai cantieri; e tra le passioni ha gli scoponi scientifici e gli allenamenti di bocce. E preghiere, tante preghiere. È ispirato al “monachello” o munaciello, una figura che mi ha accompagnata da piccola. Un personaggio dei racconti folkloristici, uno spirito, talvolta benefico e il più delle volte dispettoso e pericoloso, di solito rappresentato come un ragazzino basso vestito col saio. Attilio é una mina vagante, troppo fuori dalle definizioni per essere contenuto nella realtà. È il ticchettio della bomba sotto le fondamenta di casa Indino.

Non avendo visto lo spettacolo (ma verrò sicuramente il 14 marzo a Linguaggi Creativi) in una mia ricerca ho letto che lo spettacolo è stato definito un “poemetto familiare grottesco”: cosa significa per te questa definizione?

È una storia familiare, dai contenuti paradossali e grotteschi, dove l’assurdo e il banale viaggiano sullo stesso binario. Il testo che contiene questa storia è stato scritto come fosse in versi. La scansione della scrittura procede come una sorta di partitura musicale dove il linguaggio colloquiale si presta a modulazioni musicali, assonanze dialettali, momenti di rime slam e rap, assieme poi alla partitura sonora di oggetti come telefoni, tv e radio che intervengono come veri personaggi della storia.

Quanto c’è della tua storia, o di storie ascoltate nella tua vita, in questa famiglia di provincia?

Io vengo dalla provincia, nella locandina c’è una foto di parte della mia famiglia. Cioè manco solo io. Ho scelto la foto che era sulla scrivania dell’officina di mio padre, dove c’erano i miei genitori e le mie sorelle sorridenti durante una vacanza, e io apparivo come ritaglio da un’altra foto: loro in montagna e appiccicata nella stessa, io, in casa davanti a una torta di compleanno. In qualche modo, mio padre ci aveva messi tutti insieme anche se in momenti diversi. Tenero, inclusivo, al contempo malinconicamente significativo. Attilio è una storia di storie ereditate, di accadimenti familiari ma è anche invenzione, trompe-l’oeil. Vengo da una famiglia cattolica, umile, artigiani e commercianti e la parola “sacrificio” è la seconda parola appresa subito dopo “mamma”. La trama del “dolore che ti salva”, della ricompensa per l’essere buoni e ben visti, la conosco. Gli elementi autobiografici mi consentivano di raccontare in modo più profondo, specifico e tridimensionale, certe dinamiche: l’ambientazione, i colori e i dialetti appartengono al mio background. Non la trama.

Domandona… perché secondo te le dinamiche familiari sono ancora oggi uno dei terreni narrativi più fertili del teatro?

Per anni me lo sono chiesto. Mi sono risposta con gli incontri, le interviste, le confidenze delle persone a me intorno e non solo. E la famiglia credo sia un tema universale e lo sarà fino a quando saremo partoriti da un essere umano, o no? L’AI potrebbe cambiare le cose forse. Se pensiamo alle grandi saghe familiari dalle tragedie greche al teatro borghese, credo sia un tema imperituro, controverso, troppo spesso perturbante. Insomma quando si va dall’analista cosa si fa? Si torna là. Il tema della fuga dalla famiglia mi interessava particolarmente alla luce del fenomeno di Estranged Adult Children, sempre più frequente e più studiato ma poco indagato in Italia. È aumentata la consapevolezza personale e l’attenzione per la salute mentale e così il distacco volontario di figli dai familiari. Credo che la famiglia sia terreno fertile dove innestare una ricerca sul concetto di comunità in senso più esteso. I primi atti politici sono gli atti di educazione sentimentale. È in casa che cominciamo a mangiare le prime parole, i suoni e le allusioni delle parole stesse, significati nascosti e costruzioni del mondo dove poi andremo, crescendo. Io ero piccola durante lo sbarco degli albanesi. Non mi ricordo nulla di preciso solo una sensazione: il suono della parola “albanesi” pronunciato dai miei. Non sono qui a giudicare i miei genitori o quelle generazioni portatrici di un diffuso inconsapevole razzismo, e paura dell’altro, ma di fatto, quella parola mi é stata consegnata con un insieme di sfumature che di per sé il termine non avrebbe. Usavo questa parola da piccola, per insultare ma senza capirne il perché. Tutti la usavano, e nessuno di noi sapeva perché. Spesso siamo Inconsapevoli portatori di questioni non nostre, di batteri e virus.

Dovesse esserci tra il pubblico Attilio, cosa vorresti che si portasse a casa dopo aver visto lo spettacolo?

Attilio sarà nel pubblico!

Viene sempre.

Spero si porti questo: a volte la fuga è l’unica forma d’amore per se stessi, e non è una sconfitta. Accettare stoicamente il dolore in nome di sistemi valoriali “sacri” come la famiglia ad esempio, per sentirsi eroi o giusti, non è sempre la soluzione. A volte togliersi dal male, decidere di non “naufragare in questo mare”, può essere sufficiente per vivere.

Mentre l’Europa cambia e la gente attraversa i mari in cerca di futuro, qui a Quadrella, qui a casa Indino e chissà dove altro, la distanza più difficile da percorrere è quella tra una stanza e l’altra della stessa casa.

Teatro Linguaggi Creativi

Sabato 14 marzo 2026 | ore 19:00
Domenica 15 marzo 2026 | ore 19:00
di e con Flavia Ripa
e la complicità di Paola Tintinelli
e con la collaborazione di Michela Carìa, Stefano Zullo e Alice Colla.

È difficile raccontarVi attraverso una breve intervista una storia come quella di Attilio, perché Attilio si può capire solo andando a teatro, dove; si guarda, si ascolta e si sente sulla propria pelle.

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