Recensione: “Mio padre”

mio padre

Progetto complesso quello che Andrea Pennacchi ha portato al Teatro della Cooperativa di Milano. “Mio padre” è uno spettacolo che tocca diverse vite e moltitudini di ricordi sia pubblici che privati. Un resoconto della guerra di liberazione non cronologico ma guidato dall’alternarsi delle emozioni.

Perno della narrazione è il partigiano Valerio Pennacchi padre di Andrea. E’ infatti intorno alle vicende che videro protagonista Bepi (nome di battaglia di Valerio) tra il 1944 e il 1945 che Andrea ricostruisce il vuoto lasciato dalla morte del papà.

Già il ruolino militare di Valerio è una storia a sé. Diciassette anni, congedato come sottotenente della Brigata Garibaldi, organizzatore di una “Squadre di Azione Patriottica” con compito di sabotaggio e “coinvolgimento popolare nella guerra di liberazione, nelle città e nelle campagne”…diciassette anni.

Pennacchi ci racconta, con ironia e leggerezza, le imprese della SAP partendo dal 1 aprile 1944 giorno in cui 4 membri della stessa (amici da sempre) assumono i loro nomi di battaglia. Valerio sceglie Bepi. E poi ci sono Vladimiro, Pippo e Tombola.

Malgrado la poca marzialità nella scelta degli alias la banda qualcosina riesce anche a fare nei 4 mesi in cui è operativa: tagliano fili elettrici, invertono le direzioni dei cartelli stradali buttano chiodi nelle strade e recuperano un aviolancio di alimenti; quest’ultima azione rischia di diventare una tragedia quando Tombola (in perenne crisi di astinenza da cibo) decide, pur non sapendo cosa fosse, di mangiarsi una confezione di polvere bianca che “no sa da gniente”. D’altronde come dice il proverbio: “ciò che non ammazza ingrassa” e in questo caso, trattandosi di polvere d’uovo ad altissima concentrazione, a momenti ammazza.

Al gruppo si unirà il tenente degli alpini Stelio Luconi, medaglia di bronzo al valor militare in Russia ed ora ufficiale dell’esercito della RSI. Il tenente porterà ai ragazzi della squadra una cassa di bombe a mano tedesche: le prime armi in dotazione. Ma l’aspetto militare della vicenda più o meno finisce l’. A causa di una leggerezza Pippo viene arrestato e torturato…e parla. Parla rivelando i nomi degli altri componenti del gruppo.

Il 15 agosto del 1944 vengono tutti arrestati. Una squadra della polizia politica comandata dal brigadiere Miniero rastrella i componenti del gruppo ad eccezione del tenente Luconi. Per un eroe di guerra si scomoda il questore. Prossima destinazione per i 4 (Pippo rimane in Italia) sarà il lager di Ebensee in Austria.

Un campo di lavoro in cui le condizione di vita sono quelle che si possono immaginare; a volte peggio. Anton Ganz, comandante del campo, psicopatico che fa sbranare i prigionieri da suo alano. Poi c’è Buhner che uccide i prigionieri con un solo pugno e così via per quella sequela di capi e Kapò che popolano i Lager.

“Non fate l’errore di pensare alla vostra miseria…ricordatevi: hanno prigionieri i nostri corpi, non le nostre anime…” si raccomanda il tenente Luconi. Sognare, ridere avere un pensiero fisso fuori dal campo è l’unica possibilità che hanno di rimanere vivi. Bepi sopravvie grazie al pensiero della vendetta. Ce la fanno tutti ad eccezione di Tombola. Il racconto di PENNACCHI non si perde in metafore nel riportarne la fine. L’unico momento crudo di una storia drammatica ma raccontata con ironia.

Bepi, Vladimiro e Luconi resistono. Resistono fino ai primi giorni di maggio 1945 quando, finalmente, i carri armati americani si presentano all’ingresso del campo liberando i prigionieri.

Tutto questo percorso narrativo è attraversato e contestualizzato da due diverse attività di Pennacchi figlio. La prima è la ricostruzione del ricordo attraverso le cose dette e delle cose fatte con il padre. La seconda è il recupero di quanto non pervenuto perché non detto o non fatto. Un’urgenza intima che nasce dalla necessità di ricostruirsi dopo la devastazione del lutto; ovvero: una ricerca di se stesso attraverso la comprensione del genitore. Una pressione che si amplifica dopo che Andrea è diventato, a sua volta, padre.

Bepi torna la paese nel luglio 1945; spinto da ciò che l’ha tenuto in vita nell’ultimo anno. Neppure passa da casa. Recupera le bombe a mano nascoste un anno prima e va a vendicarsi.

La ricerca del traditore (il torturato Pippo) lo porta ad una festa. Pippo suona la fisarmonica e la gente balla. Balla ad un matrimonio. Il matrimonio della figlia del brigadiere Miniero. Anche il poliziotto è presente: fascia tricolore e foulard rosso…quale migliore occasione…ma Bepi, alla fine, non ce la fa. Getta le bombe nel canale e torna a casa.

Valerio anticipa il “rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale” di togliattiana memoria. Per certi versi un finale amaro al pari della stretta di mano tra Aretusi e Villani in “la lunga notte del 43”.

C’è colpa…non c’è castigo. Impuniti i fascisti, che già in quei giorni, si riorganizzano e preparano attentati, prodromo del ciclo di sangue degli ultimi decenni del secolo scorso. La resistenza era finita. La guerra civile non ancora. Ma impuniti anche i peggiori. Ganz morirà libero nel 1966.

Quando Valerio regalava un libro ad Andrea non gli diceva “leggilo”, ma :“studia!” La conoscenza rimane l’arma migliore per arginare derive irragionevoli e recuperare l’esatto senso fatti e delle parole. “Lager”, “perseguitato”, “dittatura” hanno un peso specifico importante ed è meglio non svilirle.

Ben vengano, quindi, spettacoli come questo che hanno la capacità di far ricordare, di informare ma soprattutto di accendere curiosità da colmare.

Un bel lavoro con Pennacchi che non cede un attimo tenendo sempre vivo l’interesse del pubblico coadiuvato dall’accompagnamento musicale di Giorgio Gobbo e Gianluca Segato.

Roberto De Marchi

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