Uno sguardo su… “Amleto²”

amleto
foto Annapaola Martin

Fingiamo che non siano passati 15 anni dal debutto di Amleto² di Filippo Timi. Immaginiamo che sia uno spettacolo nuovo ad irrompere sulla scena del Teatro Parenti e che occhi diversi, ogni sera, possano partecipare all‘opera, non semplicemente assistere.

“Sembra che ci sia una gabbia, la grande installazione fatta di sbarre – come quelle delle carceri – marca la prigionia dei personaggi“. Lo nota Anna, una ragazza che ha percorso circa 70 km, partendo dalla provincia di Como per immergersi nella Danimarca che Shakespeare aveva plasmato per il suo re. E – anche a distanza di 15 anni – il senso è tutto in questa frase.

Perché qui di Amleto c’è sempre tanto ma quel tanto viene rielaborato per ribadire un concetto fondamentale: siamo pedine. Siamo comparse prese in prestito dalla tragedia o – semplificando – dalle cose della vita che, ci piaccia o no, si incanala sempre verso gli stessi sentieri.

POTERE

Marilyn Monroe lo sapeva. Le cose arrivano quando meno te l’aspetti. Come quando cerchi parcheggio in quella via che non avevi mai battuto ma, sorprendentemente, lo trovi. Che c’entra? C’entra, perché è una delle basi su cui regge tutta l‘opera: il cambiamento è libertà. È con lei che si apre lo spettacolo che poi torna su un sentiero più tradizionale (si fa per dire).

Al centro della scena c’è Amleto, pensieroso, tormentato dalle scelte da prendere, dilaniato dai giochi di potere alle sue spalle e dagli amori non amori. Dai puffi. In uno spettacolo che squarcia costantemente il racconto con Filippo Timi che si rivolge spesso al pubblico e cambia le carte in tavola improvvisando, inzialmente assistiamo ad un momento che è a metà tra il reality e il documentario.

È come se ci fosse una telecamera accesa nello studio ovale e vedessimo Donald Trump mentre gestisce le sorti dell’universo. Le bizze e le bambinate di questo Amleto sono quelle del Presidente USA (per citarne uno), in generale appaiono come un riferimento ai moderni potenti. Completamente scollegati dalla realtà e inconsapevoli della portata delle loro azioni. Comicità e amarezza allo stesso tempo, perché ‘sta gente è proprio così e i loro sgherri non possono fare altro che annuire e andare avanti. Tanto non li cambi, sono questi e quindi se a loro basta l’uso di una O oppure di una A in fin di parola per defnire maschio e femmina, va bene così. Come fanno i generali o quelli che parlano di gonne. L’effetto è esilarante ma tremendamente veritiero, perché guardando oltre il palco la cronaca giornalistica ci restituisce ritratti del genere. Se a Teatro di finto non c’è niente ma siamo in una finzione vera, i potenti del mondo reale vorremmo fossero finti per davvero. Ma cambiare non si può, non lo si vuole, la trama è già scritta anche qua da noi, non solo da Shakespeare.

PARENTAME

L’esercizio del potere logora ma non solo quello. Se Amleto è quello che è lo deve anche alla sua famiglia, alle ripercussioni che i drammi personali causano alla sua psiche. Dopo la morte di suo padre, la madre Gertrude si è risposata con suo zio. Una soluzione immediata, un rapporto che calpesta in maniera istantanea una morte pur di sanare quell’innato ma a volte patologico bisogno di non restare da soli. Il protagonista è vittima di quella che oggi chiameremmo una famiglia disfunzionale, tra un padre che non è riuscito a salvare da potenziali intrighi, uno zio malvagio e arrivista e una madre che pensa solo per sé. Una donna ha il diritto di rifarsi una vita ma un figlio vorrebbe almeno parlare, capire. Con Gertrude non si può però. Lei sa come va il mondo, lo ha capito e con il suo monologo-editto lo spiega con ferocia. Siamo tutti nello stesso vortice di costrizioni, siamo tutti legati da vincoli che ci obbligano ad abbassare la testa e a dire di sì in nome della sopravvivenza. Nessuno ha il vero potere di decidere, non si sceglie per amore ma per ragione, soprattutto quando in ballo c’è il potere. Parole che rappresentano il divario e il distacco generazionale che si concretizzano con i compromessi e la perdita di innocenza. Fa male ma è così da sempre. Accettarlo è il primo passo verso la pace. Non per Amleto, ovviamente.

PAZZIA

Amleto² racconta la storia del re di Danimarca e lo sappiamo, tuttavia lo fa da un punto di vista che in tanti non considererebbero mai. Se lui non volesse tutto quello a cui è destinato? Che sia il trono, l’amore, la famiglia, Se lui provasse a ribellarsi in tutti i modi alle scelte che altri hanno fatto per lui? Il risultato è la famosa follia che rende il sovrano una scheggia impazzita, tra comportamenti che sembrano capricci da snob e un cinismo sentimentale che sono ben diversi dalla Machiavellica consapevolezza che il pragmatismo paga con il potere. Qui è più un sadismo necessario per prendersi gioco di chi si rifiuta di aprire gli occhi senza vedere il mondo per quello che è: una trappola per topi.

Amleto invece è lucido e si veste di pazzia per andare incontro al suo destino regalandosi qualche effimero divertimento. Qui ritorna il concetto della gabbia, il protagonista è un condannato a morte che percorre l’ultimo miglio o le ultime pagine come cazzo vuole. Tanto ormai. Ce lo ricorda Amleto e lo ribadisce Ofelia. Ofi, se preferite, quella che “nessuno deve mettere in un angolo“ (cit. della cit.), colei che si merita un bacio tra le bolle di sapone. Un gesto così romantico ma anche così vuoto, dato che sembra che sul sentimento vero prevalgano l’estetica e l’apparenza. Rifiutata e rifiutata la restituzione dei pegni d’amore – tra cui una pantera rosa gigante e un bomber con cappuccio luminoso che neanche le tute acetate dell’adidas -, le sue parole prima di morire sono un coltello nella bocca dello stomaco. La violenza e la precisione autoptica con cui descrive il suo annegamento sono un colpo troppo duro. È un ritorno sulla terra nella maniera più cruda e violenta possibile. Alla fine siamo fatti di vetro, siamo trasparenti, basta poco per andarcene.

Incontrollabile, imprevedibile, selvaggio: Amleto² è questo. Una satira sull’inconsistenza della vita ma anche un elogio della sua grandezza, se almeno proviamo a lasciare un segno. Se ogni tanto usciamo, improvvisiamo, andando dove è più buio ma dove forse è anche meglio. Perché “è nell’opacita che la luce si rifrange“.

Tanto dobbiamo morire: “il resto è silenzio“.

Luca Villari

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