Al ballo di Caligola

caligola

Corrado D’Elia, in scena a Teatro Litta, ha abituato il pubblico milanese ai personaggi eccessivi che sempre ben interpreta; torna con un testo contemporaneo – nato per annoverarsi fra i classici – come il Caligola di Albert Camus.

Il cast è sempre numeroso e all’altezza in tutti i suoi componenti, di rilievo particolare le interpretazioni di Gianni Quillico e Giovanni Carretti.

J’ai besoin que les etres se taisent autour de moi. J’ai besoin du silence des etres et que se taisent ces affreux tumultes de coeur

D’Elia, saldamente ancorato alla traccia nel suo accurato lavoro registico, interviene attento sull’intreccio di un testo denso e prolisso, alla cui complessità l’attore regista dimostra di riferirsi mantenendosi fedele allo stile che lo connota di riconoscibilità artistica.
Osa, a più riprese ma senza strabordare, come nelle due scene di nudo parziale, o nell’apertura del secondo atto. Tanto forte quanto incerta, invece, la scelta del momento in cui l’elemento ironico raggiunge il suo acme, decontestualizzando, in una breve parentesi spazio-temporale, la figura di Cherea – controparte ideale di Caligola, e portavoce dell’autore – istanza centrale nella riflessione sul senso ultimo dell’opera.

Suggestivo nella sua funzionale essenzialità l’allestimento della scena, accattivante nei giochi che ne scaturiscono: all’occorrenza bui corridoi di palazzo, ora angoli ai quali congiurare, ora finestre dalle quali affacciarsi gridando il proprio odio. Ancora, la vasca centrale colma di sfere rosse contribuisce all’attivazione della metafora, coinvolgendo contemporaneamente testo e spazio, occupato sempre da eloquenti pose e geometrie, creando a più riprese un articolato e interessante quadro d’insieme che sfrutta le luci in una stimolante chiave dinamica.

Un testo vibrante, pungente, senza tempo nei risvolti più intimi ed esistenziali; troneggia il tema della solitudine dialetticamente commista al potere, tanto più illimitato quanto più inutile.

Arianna Lomolino

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