Recensione: “Mi vedi?”

mi vedi

Guardando lo spettacolo tornano prepotentemente le parole del filosofo Berkeley, esse est percipi, esistere equivale ad essere percepito, il luogo che certifica l’esistenza è la mente che percepisce, l’occhio che guarda. E’ geniale l’intuizione di fare di zoom la matrice di una drammaturgia, anzi di tre, tre stanze in cui il teatro fa esattamente il suo dovere, ovvero diventa l’alambicco distillante di questa strana vita digitale, di questa quotidianità 2.0. E qui davvero, per scriverla alla Dante, si trattano le ombre come cosa salda, non si potrebbe fare altrimenti. D’altronde, rispetto al tatto, la vista e l’udito sembrano essere delle evoluzioni, delle versioni più sofisticate di esso, danno la possibilità di toccare con una mano impalpabile, asettica, gli oggetti ed i soggetti, lasciando nell’osservatore/ascoltatore un appetito, una voglia della pelle contro la pelle, o almeno di quella possibilità tattile, di quella tangibilità dell’interprete che, nel teatro in presenza, è sempre lì come un’ipoteca, che prima o poi è in predicato di realizzarsi.

Questo spettacolo non teme di guardare e di giocare, di fare arte con le ombre della caverna platonica, e si confronta sin da l’inizio con la struggente nostalgia del toccarsi. Una donna guarda in webcam, e con la disperante forza dell’appello bowiano del “Can you hear me Major Tom?” cerca una reazione in uomo intubato, ospedalizzato, simbolo di una vita sospesa, della adorniana vita che non vive, degli esseri in animazione sospesa di 2001. Ma al tempo stesso cerca la reazione di noi spettatori che siamo virtualmente in quella stanza, e nelle altre due, ci cerca con tutta la forza con cui uno sguardo può selvaggiamente abbracciare un’immagine.

Anche se ognuno occupa la propria celletta, costruendo un’ideale alveare fatto da vibranti api senzienti, ed ha come colonne d’Ercole, come confine invalicabile, quello dato dalla propria cornice, da quel rettangolo di paesaggio domestico in grado di restituirci un intero pantone di sfumature di illuminazione casalinga, tutti insieme ci si bagna nello stesso fiume eracliteo, si condivide l’adesso che si allunga, al pari di una goccia alla finestra, nella forma di un tempo apparentemente sospeso. C’è la ricerca di una condivisione, di uno stare-con, del trovare una compartecipazione sullo schermo di un monitor, o su quello di un tablet, di uno smartphone, l’invincibile desiderio di socialità, di ritrovarsi in una agorà, in una piazza, foss’anche virtuale. E nell’impostazione di zoom ci si può accalcare con geometrico ordine, si può stare in tanti in pochi centimetri, tutti lì, pronti a trovare un occhio che permetta di esistere un po’ di più, che ci faccia sentire definitivamente veri.

L’immagine sul monitor è pura bidimensionalità, non porta l’equivoco d’essere ricostruzione visiva di un corpo, è un’anima di pixel, una forma digitale dotata del bene dell’intelletto, che può giocare, nella forma di una collettiva call, il suo eterno “essere o non essere” amletico. In un’altra stanza si fa musica, ci si abbandona ad un rito dionisiaco, alla catarsi della danza e del canto, che cattura lo spettatore/partecipante, il quale si sente un po’ come Arianna nell’atto di lasciarsi trascinare dal corteo di Bacco, che chiude idealmente gli occhi e si abbandona a questa dimensione bacchica. Che sia karaoke, o discoteca virtuale, o una chitarra che chiama tutti a farsi coro, la musica ha sempre questo potere, questa fascinazione, anche nelle dimensioni più immediate, più prosaiche, del lasciarsi andare, dell’entusiasmo, dell’essere serotonergica, di aiutarci ad espettorare quel grumo nero che non va ne su ne giù, e che immalinconisce la giornata. Nella terza si fa una riunione, si delibera, ci si ritrova in una sorta di fantozziana versione della democrazia diretta ateniese, della possibilità di un smartworking, della call di lavoro. Si mette ai voti, si decidono le mozioni, si mettono in discussione i punti, si da sfogo a quell’irrinunciabile desiderio umano di essere pienamente zoon politon, animale politico, pronto a darsi interamente alla realtà gruppale.

E poi c’è lo spettatore che è chiamato fatalmente, in questa forma digitale, all’interattività, ad essere parte dello spettacolo, con la possibilità di fare ”salti quantici” da una stanza all’altra. Senza il vestito inamidato della fissità, della rigidità con cui normalmente si maschera sulla poltroncina del teatro, viene felicemente scoperta la sua vulnerabilità, può rilassarsi nel suo salotto, sorseggiare del vino, concedersi dei momenti di sovrappensiero, degli istanti di disattenzione. I piani reazione ce lo restituiscono in una verità che lo rende definitivamente umano, che gli permette di amalgamarsi con gli interpreti, efficacissimi “provocatori sociali” dei tre spunti drammaturgici. Va fatto un plauso al drammaturgo e regista Guillermo Pisani che, dopo la versione francese, ha accettato la sfida di tradurre in italiano la sua bella intuizione. Zoom non è qui una cattività forzata con cui si deve declinare il teatro, un surrogato insomma, piuttosto è la possibilità che una piattoforma di comunicazione digitale diventi la premessa per una drammaturgia originale, per una variante che darwinianamente si adatta al mutato ambiente virtuale. Un particolare applauso di parole va alle attrici e agli attori, che hanno saputo creare una versione 2.0 delle tecniche dell’improvvisa, e ben riescono ad incastrarsi, come pezzi di un puzzle, nella community di questa platea-palcoscenico digitale.

Danilo Caravà

Ascolta l’intervista all’attrice Rita Maffei

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*