Recensione: “Architettura addio”

architettura addio

Sullo schermo fondo scena un’immagine scorre… così, come mossa dal flusso del tempo… scorre… lasciando… mentre la si guarda… la sensazione di un’impressione scintigrafica dell’atto del guardare stesso… .

È osservandola nella sua dinamica propulsiva d’immersione e riemersione che vediamo apparire… come ricostruite… le tracce di una memoria… i segni di un linguaggio… ora leggiamo una S… poi L… a seguire… E… N… … … .

È così che procediamo nell’individuare la traiettoria d’un viaggio del pensare mentre riprogettiamo noi stessi… .

Siamo seduti e intanto i sei interpreti della pièce teatro, chi da solo, piedi nudi o no, chi mano nella mano accoppiato, sale sul palco abitando la scena.

È una coesione d’insieme che percepiamo… tre giovani donne e tre giovani uomini si guardano scambiandosi gesti e messaggi d’intesa… un tocco di capelli l’uno… un tocco di tacco l’altra… mentre calza o si scalza di scarpe nere décolleté, poi mostrate al pubblico come miraggio di seduzione e consumo, ognuno veste del proprio corpo e della propria individuale bellezza e movenza… .

Intanto sullo schermo visi di donna appaiono sovrapponendo sguardi a combinazione d’espressioni diverse-scambievoli e ingrandite… .

Questa l’ouverture per “Architettura Addio” dagli scritti (1968-2017) di “Alessandro Mendini,” selezionati per il progetto di performance/teatro di “Antonio Syxty.”

In questa visione ambientale i sei personaggi si relazionano e giocano raccontando e ritrasferendoci i pensieri di Mendini, architetto e artista, pure controverso, ma al cui talento, per la ricerca e la sperimentazione dei più diversi materiali, si deve il contribuito alla continuità rinnovativa del design italiano.

È sua la celeberrima “Poltrona di Proust” ed è proprio al “concetto di seduta” che molte frasi cui danno voce gli interpreti, si riferiscono.

Essi tra uno spostamento e l’altro, tra una seduta e l’altra “ridisegnano” con le loro sequenze di gesti, oppure indossando un accessorio, alcuni spaesamenti estemporanei… spesso insensati… così, come può succedere pure a noi, qualora ci si ritrovi nell’utilizzo concreto o solo percettivo di alcuni progetti design pensati e scaturiti da idee libere, senza vincoli, diversamente convenzionali ed estranianti.

Strumento di lavoro, per ridefinire questi paesaggi dell’abitare l’esistere-esistente, oltre al proprio corpo e come contrappunto: “la sedia.”

Perché… viene riferito dalle scritture di Mendini: “…una sedia non è solo una panca o una poltrona… ma è pure un posto di lavoro… e tutto ciò che scaturisce dalle più svariate associazioni di scelte-quotidiane-professionali mentre si svolgono le proprie competenze e attitudini-motivazionali… .”

I protagonisti attraversano quindi la scena punteggiando lo spazio… ognuno con le gambe della rispettiva sedia… che spostano… … sollevano… appoggiano e riprendono… allineandola o scomponendola in prospettive lineari o trasversali… … ricreando così con questi comportamenti… diverse forme e circostanze dell’essere e dell’agire… dello spogliarsi e del rivestirsi… scambiandosi reciprocamente una camicia ora tolta ora rimessa… .

Il tutto molto elegantemente, funzionale e ben svolto, così come l’oggetto design esige, loro stessi rispettivamente “oggetti e soggetti di scena”.

Le azioni procedono quasi a voler riscritturare e ripersonalizzare le parole di Mendini… ripensandole e riprogettandole nelle loro infinite possibilità… .

Il loro procedere sedendosi… accavallando e scavallando le gambe… anticipa l’intenzione di voler destrutturare ogni combinazione di pensiero o di gesto appena accennato e l’evocazione che gli stessi suscitano… .

È così che istintivamente veniamo proiettati nella serie di ripensamenti e domande che Mendini si è posto durante la sua lunga carriera artistica precorrendo correnti e tendenze culturali-artistiche e sociali, di cui lui stesso artefice e protagonista: le utopie… le contraddizioni… i mille conflitti che ancora oggi l’assillano e che lui stesso desidererebbe ridisegnare… .

Nel suo “Manifesto degli Addio” del 1980 esprimeva il desiderio di voler liberarsi, non solo da una serie di tematiche istituzionalizzate e chiuse in stilemi convenzionali, ma anche un addio verso se stesso per non incorrere nel rischio di rimanere prigioniero del proprio pensare e di conseguenza vittima delle proprie idee.

Determinando così, con quelli che diventano i suoi “pensieri di Addio” anche una specie di propriocettivo “Je m’accuse.”

Un “propriocettivo” che col tempo, da individuale, assurge a lente d’ingrandimento di un più esteso collettivo e sociale “Je m’accuse.”

Molto rappresentativo in tal senso il suo: “…Addio progetto autentico… perché qualsiasi realtà è autenticamente finta… .”

La sua visione cosmica oggi lo pone di fronte al dilemma che scaturisce tra il contesto del mondo industriale e quello tecnologico, i cambiamenti e le varianti che ne derivano, per cui da ulteriori riflessioni emerge che il fattore umano è quello che conta al di là delle mille elucubrazioni.

Forse allora nel ripensare il panorama dell’esistente fisico e concettuale, tra il centro che apre e la periferia che chiude, o viceversa, c’è la possibilità di ritrovare un’ulteriore equazione unificante.

Specularmente, in questo contesto di suggestioni che mutano e si trasformano, come in una rete neurale condivisa ed esplorativa, anche i performer lentamente-silenziosamente lasciano la scena, riavvolgendo le traiettorie tracciate con passi che procedono retrocedendo all’indietro, così come una moviola che, riallacciandosi su se stessa, tende alla ricarica di rinnovata energia.

Come le linee di pensiero quando volgono e dissolvono, riannodandosi o disvelandosi, in una circolarità di segmenti tempi e contrattempi… .

Uno di questi, contrassegnato, nella “sequenza silenziosa” d’apertura, dalla voce di John Cage, dal documentario “Écoute” di Miroslav Sebestik del 1991, oppure, nel finale, quello di Henry Mancini con “Moon River.”

Una pièce, seppur didascalica, molto suggestiva, convincente e gestita da tutti in modo impeccabile ed elegante, ben costruita, nella sua complessità e registicamente originale ed interessante.

La stessa rappresentata in due sezioni: “To You 1″ – To You 2” con strutture composte indipendenti ma complementari.

Alessandro Mendini, presente ad entrambe, è stato poi invitato ed accompagnato dallo stesso Syxty sul palco per i dovuti omaggi e ringraziamenti.

Successivamente gli è stato chiesto se si è sentito identificato nella pièce: “…sì, moltissimo…” e compiaciuto ha sorriso.

Anche noi tra il pubblico ricambiamo questo sorriso e con lui riconoscenti usciamo di scena.

Le “sedie” invece, ancora là sul palco, protagoniste in attesa di nuove ricerche tra “visioni e identificazioni.”

Vitia D’Eva

 

“Architettura Addio” – dagli scritti (1968-2017) di “Alessandro Mendini,” – progetto di performance/teatro di Antonio Sixty – produzione MTM Manifatture Teatrali Milanesi – design del movimento e dei comportamenti Susanna Baccari – con Tiziano Eugenio Bertrand, Alberto Colombo, Valeria Girelli, Francesca Montuori, Gabriele Scarpino, Nicole Zanin – light design e proiezioni Fulvio Melli – foto di scena Alessandro Saletta – direttore di produzione Elisa Mondadori

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